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Tutte le guerre producono, consapevolmente o inconsapevolmente, una narrazione ufficiale di sé. Una coppia che si sposa pochi giorni prima che entrambi partano per il fronte. Nonne che intrecciano reti mimetiche. È questa la narrazione attraverso cui l’Occidente ha finito per identificare la guerra. È vera e legittima; la retorica del coraggio e della resistenza è diventata la pietra angolare dell’immagine che l’Ucraina presenta di sé al mondo esterno dall’inizio dell’invasione su vasta scala. E, data la crescente stanchezza per la guerra, si dimostra particolarmente efficace nel sostenere la comunicazione strategica e il morale nazionale.
Detto questo, dove risiede dunque il problema della narrazione eroica, se non è né falsa né esagerata? Il problema principale consiste nel fatto che presentarla come l’unico quadro interpretativo disponibile per spiegare il successo della resistenza ucraina non è sufficiente. La narrazione eroica risponde alla domanda «La società civile ucraina è coraggiosa e resiliente?», ma non alla domanda «Perché e in che modo lo Stato ucraino è in grado di resistere indefinitamente in una guerra asimmetrica?» Se si analizza soltanto il coraggio individuale, si trascura di spiegare come sia nato un sistema produttivo su vasta scala o come venga coordinata la rete militare sulla linea del fronte.
La spiegazione principale risiede nelle istituzioni che hanno avviato una trasformazione accelerata e formalizzato questi singoli atti di coraggio della società civile in infrastrutture istituzionali. Per comprendere meglio perché Kyiv abbia deciso di attuare queste rapide trasformazioni, quale sia stato il punto di svolta e perché siano state realizzate proprio queste trasformazioni anziché altre, occorre tornare al 2014 e alla loro espressione più compiuta: Brave1. Analizzare la creazione di questo ecosistema significa esaminare le forme più avanzate di espressione istituzionale attraverso le quali l’Ucraina, sotto la pressione dell’aggressione esterna, ha costruito un’architettura tecnologica multidimensionale capace di collegare orizzontalmente, quasi simultaneamente, start-up, investitori, sviluppatori e strutture statali. In una gerarchia verticale e centralizzata, questi attori opererebbero in modo lento e burocratico.
Non si tratta di togliere meriti a una parte per attribuirli a un’altra, bensì di individuare il problema nel modo in cui i media occidentali raccontano la vicenda. Concentrandosi esclusivamente sull’immagine del soldato coraggioso, nella maggior parte dei casi la narrazione omette il quadro istituzionale — costruito in larga misura dal basso come movimento di base — che ha saputo sviluppare capacità istituzionale a partire da quel coraggio.
Inoltre, idealizzare la resistenza individuale è politicamente pericoloso. Solleva l’aggressore esterno dalle proprie responsabilità e, in certa misura, normalizza la sofferenza di un’intera società presentandola indirettamente quasi come un tratto culturale o una caratteristica del carattere nazionale. Non viene presentata come la conseguenza diretta di un’invasione, di fronte alla quale la società aggredita non ha scelta. Secondo il giornalista Peter Swope, l’idealizzazione mediatica del sacrificio in combattimento finisce per distogliere l’attenzione dalla vera brutalità della guerra. Riconoscerlo non sminuisce il valore di ciò che fa la società civile ucraina; al contrario, ne restituisce un’immagine umana e realistica, mostrando che la sofferenza non fa parte della sua natura.

Inoltre, anche la comunicazione di guerra sotto la guida del presidente ucraino ha evitato di costruire una narrazione incentrata sull’individuo. Secondo un’ analisicondotta con NVivo, nei primi sei mesi di guerra Zelenskyy ha pronunciato «Ucraina» 1.726 volte e «popolo» 1.236 volte. Il pronome «io», usato in senso personale, non è stato quasi mai registrato. Quando elenca i risultati ottenuti nei suoi discorsi, non costruisce un culto della personalità, bensì un’identità collettiva, usando «noi» per riferirsi al popolo ucraino e «voi» per rivolgersi ai difensori del Paese. Anche il massimo rappresentante della resistenza ucraina in Occidente ha strutturato la propria comunicazione in modo opposto, ponendo al centro la capacità di azione collettiva anziché quella personale. Un’interpretazione incentrata sull’individuo è quindi una semplificazione osservata dall’esterno, non il riflesso del modo in cui l’Ucraina racconta se stessa.
È importante sottolineare che il 2022 segna l’inizio dell’invasione su vasta scala, non dell’aggressione russa. Il 2014, con l’annessione della Crimea e l’invasione russa dell’Ucraina orientale, fu dunque l’anno in cui Kyiv comprese che nessuna garanzia esterna — diplomatica, giuridica o militare — poteva sostituire la propria capacità di autodifesa. È quindi essenziale capire che la ragione principale per cui l’escalation territoriale della guerra nel 2022 non giunse come uno «shock» è che l’Ucraina investiva da otto anni nella propria infrastruttura istituzionale, prima che questa diventasse decisiva per la sua resistenza.
Mentre l’Ucraina cercava di riprendere il controllo della Crimea, già annessa dalla Russia, l’allora presidente Petro Poroshenko si recò negli Stati Uniti per chiedere al Congresso maggiori aiuti militari letali, compresi i missili Javelin. Tuttavia, l’amministrazione Obama limitò le forniture di aiuti all’assistenza strettamente umanitaria e non letale (giubbotti antiproiettile, visori notturni, veicoli), respingendo le richieste di sostegno militare letale. In Ucraina, la quasi totale assenza di sostegno estero nei primi anni successivi al 2014 fu dovuta principalmente alla teoria militare del «predominio nell’escalation». Questa teoria, sviluppata da Herman Kahn, è rappresentata da una scala con quarantaquattro gradini: in fondo si trova una crisi a bassa intensità e in cima la guerra nucleare totale. Il predominio in tale escalation dipende dalle capacità e dalla credibilità dell’attore. Quest’ultimo può dominare l’escalation nei confronti dell’avversario se ricorrono contemporaneamente tre condizioni: una reale capacità di intensificare lo scontro, la credibilità dell’esistenza di tale possibilità e il riconoscimento, da parte dell’avversario, della possibilità di entrambe le situazioni. Applicando la teoria alla guerra nel Donbas, dal punto di vista occidentale la Russia dimostrò questo predominio a Ilovaisk e Debaltseve, dove, indipendentemente dalle avanzate ucraine, dispiegò capacità aggiuntive e prevalse. A ogni escalation ucraina, la Russia avrebbe risposto con un’escalation maggiore. Washington concluse quindi che qualsiasi aiuto sarebbe stato controproducente sia per gli Stati Uniti sia, soprattutto, per l’Ucraina.
Questa interpretazione degli eventi dalla prospettiva del predominio nell’escalation non è né isolata né retrospettiva. I centri studi sulla sicurezza hanno mosso critiche rilevanti al modo in cui l’applicazione difensiva di questa dottrina abbia prodotto proprio l’esito che intendeva evitare. Secondo l’Atlantic Council, la risposta all’occupazione della Crimea fu «un errore geopolitico di proporzioni storiche, che incoraggiò Vladimir Putin e preparò il terreno per la più grande invasione europea dalla Seconda guerra mondiale». L’assenza di escalation fu interpretata come un successo della deterrenza. In realtà, era un segno di debolezza. Gli avvertimenti verbali privi di costi reali — ciò che James Fearon definisce dichiarazioni non vincolanti— non modificarono i calcoli dell’avversario, poiché non comportavano alcun impegno. Gli unici segnali che implicano un costo sarebbero una mobilitazione militare esplicita o un impegno pubblico difficile da revocare. Tra il 2014 e il 2018, la Casa Bianca inviò al Cremlino segnali privi di costi, senza mai trasformarli in segnali costosi e credibili. Solo nel 2018 gli Stati Uniti fornirono la prima assistenza non letale, consegnando missili anticarro Javelin; una scelta seguita da altri Paesi, come la Repubblica Ceca.
Le ripetute dichiarazioni della NATO, dell’UE, degli Stati Uniti e della Germania secondo cui non sarebbero intervenuti direttamente in caso di invasione russa ebbero un impatto significativo sui calcoli dei costi da parte della Russia. Data la scarsità di armi letali e il mancato coinvolgimento degli alleati occidentali, i vertici militari russi calcolarono che le forze ucraine non avrebbero potuto resistere indefinitamente; stimarono pertanto che i costi di una guerra contro l’Ucraina sarebbero stati accettabili e limitati, senza conseguenze significative per il Paese o la sua economia.
Numerose analisi internazionali hanno rilevato che la debole risposta all’annessione della Crimea «incoraggiò» la Russia. Questa prospettiva del Cremlino conferma che la mancanza di impegno occidentale nel 2014 fu sufficiente perché l’aggressore concludesse che la guerra avrebbe prodotto più benefici che costi. E dimostra che non si tratta di una percezione errata dell’Ucraina nei confronti dei suoi alleati occidentali. Il fatto che due attori con interessi completamente opposti concordino sul fatto che il sostegno all’Ucraina tra il 2014 e il 2021 sia stato insufficiente a creare una reale deterrenza dimostra che si tratta di un fatto verificato da entrambe le parti.
Non si tratta quindi di una sfiducia infondata nei confronti degli alleati, bensì di una valutazione realistica della situazione basata su prove empiriche. Su questa base, l’Ucraina decise di non affidarsi esclusivamente ad accordi, attori esterni, memorandum o persino organizzazioni internazionali per garantire la propria sicurezza e integrità territoriale. Il processo di Minsk, guidato da Francia e Germania tra il 2014 e il 2015, rafforzò la conclusione di Kyiv.
Se la riluttanza degli alleati ad armare l’Ucraina fu un segnale militare del fatto che l’Occidente non era disposto a sostenere costi reali in cambio della sicurezza ucraina, i processi di Minsk dimostrano la stessa cosa, ma sul piano diplomatico.
Si trattava di piani di pace promossi dall’allora presidente ucraino che riguardavano una serie di ambiti multidimensionali: sicurezza, questioni umanitarie, aspetti economici e politici. Il primo accordo fu firmato nel settembre 2014 in seguito alla «tragedia diIlovaisk » e Minsk II nel febbraio 2015. Sebbene entrambi gli accordi prevedessero un cessate il fuoco, il ritiro delle armi pesanti dalla frontiera e uno status speciale per le regioni separatiste del Donbas sotto la supervisione dell’OSCE, furono segnalate violazioni del cessate il fuoco pochi minuti dopo la loro entrata in vigore. Tuttavia, poiché il fallimento operativo degli accordi è già ampiamente documentato, è stata poco analizzata la ragione per cui furono concepiti in modo tale che, già durante la loro attuazione, molti analisti ne dessero per scontato il fallimento. Alla Russia non furono imposti obblighi diretti nel conflitto, poiché Mosca si presentava come mediatrice anziché come parte belligerante, ponendosi sullo stesso piano di Francia, Germania e OSCE — sebbene fornisse sostegno militare alle forze separatiste sul terreno. Il mancato riconoscimento della Russia come parte del conflitto sulla carta, benché fosse dimostrabile che nella pratica ne gestiva l’andamento, lasciò al Cremlino piena libertà di aumentare o ridurre l’intensità dell’invasione come riteneva opportuno in qualsiasi momento: intensificando i combattimenti quando aveva interesse a esercitare pressioni su Kyiv o riducendoli per attenuare la pressione internazionale sulla Russia. Tutto ciò senza alcun costo politico reale, che invece sarebbe derivato dal riconoscimento della Russia come Stato aggressore e parte del conflitto.
Questo difetto fondamentale di progettazione fece sì che gli accordi di Minsk producessero lo stesso esito già osservato sul piano militare: un impegno privo di costi reali, che lasciava aperta la strada all’inadempienza. Proprio come furono formulati avvertimenti verbali non sostenuti da armi letali, vennero creati quadri di compromesso privi di meccanismi vincolanti di applicazione.
Le conclusioni militari e diplomatiche conducono allo stesso risultato attraverso due linee di ragionamento indipendenti: né gli aiuti militari — limitati dal predominio nell’escalation — né il quadro diplomatico — vincolato da accordi mal formulati — istituirono meccanismi di applicazione. Questa duplice conferma spiega perché Kyiv concluse che nessuna garanzia esterna può sostituire la propria capacità di autodifesa.
Per questo le trasformazioni istituzionali dell’Ucraina — disomogenee e imperfette, ma progressive e reali — iniziarono nel 2014, non nel 2022. L’invasione su vasta scala non portò l’Ucraina a queste conclusioni, ma le ribadì. Di conseguenza, la resistenza e la resilienza dell’Ucraina dal 2022 non sono una risposta spontanea, bensì il risultato di uno Stato che aveva trascorso otto anni a costruire l’infrastruttura istituzionale che lo shock del 2022 avrebbe infine messo in pratica.

Alla luce della mancata risposta internazionale agli eventi in Ucraina, sia Kyiv sia la società civile ucraina reagirono con profonde trasformazioni interne nel settore della difesa, alcune delle quali dovettero essere costruite da zero. Queste tre trasformazioni non possono essere comprese separatamente, poiché è proprio la loro esistenza simultanea a spiegare perché e quando l’Ucraina decise, a partire dal 2022, di riunire questi tre elementi, che si erano sviluppati separatamente per quasi un decennio. Ciò portò alla creazione di Brave1, ma prima è necessario spiegare le tre componenti da cui ha avuto origine.
La prima trasformazione fu il passaggio dalla dottrina del comando centralizzato al comando di missione, una dottrina di lunga tradizione ampiamente adottata dalle forze armate moderne. Questo modello sottolinea l’importanza di comandanti che si fidano dei propri subordinati, concedendo loro la libertà di prendere decisioni cruciali in tempo reale e di adattarsi alle circostanze senza bisogno di direttiverigide e costanti. Nel 2014, l’esercito ucraino era privo di tutte le caratteristiche di questo modello; i vari battaglioni dell’esercito ucraino mancavano di iniziativa e non disponevano di interoperabilità pratica. Quando veniva concessa l’autorizzazione a effettuare un attacco, l’opportunità tattica era già sfumata.
Con il sostegno degli Stati Uniti e di alcuni Paesi europei membri della NATO, l’Ucraina istituì per la prima volta un corpo professionale di sottufficiali (NCO), un ruolo che fino ad allora era stato quasi inesistente. Fu il primo passo verso l’adozione di un processo decisionale decentralizzato e la costruzione di un meccanismo di fiducia reciproca tra i ranghi. Queste unità acquisirono competenze fondamentali per perfezionare il comando di missione: comprensione condivisa, intento del comandante, ordini di missione, iniziativa disciplinata e accettazione del rischio, che conferirono loro un vantaggio significativo sulla Russia.
Il secondo insieme di riforme si basa su un cambiamento nelle priorità degli approvvigionamenti e sulla fine del monopolio della produzione di armi. Prima del 2014, Ukroboronprom (un conglomerato di aziende del complesso militare-industriale del Paese) decideva quali armi sviluppare, orientando la produzione verso il proprio interesse a mantenere i sistemi d’arma dell’era sovietica anziché sviluppare nuove capacità. Per un’azienda simile era più economico e semplice continuare a produrre gli stessi carri armati e le stesse munizioni senza modificare la linea produttiva, anziché investire in nuove tecnologie e ricercatori, assumersi rischi e impiegare più tempo. Pertanto, pur essendoci stati alcuni cambiamenti, questi furono minimi: nel 2020, il 20% dei progetti di R&S era in corso da vent’anni o più senza alcun risultato tangibile e fungeva da meccanismo per sottrarre fondi pubblici. Ukroboronprom era caratterizzata da gravi scandali di corruzione, da un’eccessiva classificazione delle informazioni e da un processo decisionale eccessivamente verticistico: tra il 2014 e il 2020 fu soddisfatto soltanto il 13% delle richieste dello Stato maggiore relative ad attrezzature nuove o ammodernate.
Con l’emergere dei vari casi di corruzione all’interno di Ukroboronprom, aumentò la pressione esterna esercitata dalle organizzazioni anticorruzione della società civile ucraina, in particolare dalla NAKO, la Commissione indipendente anticorruzione, che monitora la corruzione, promuove la trasparenza e sostiene la responsabilità istituzionale a tutela della sicurezza nazionale e della sovranità dell’Ucraina. Fu fondata nel 2016 come iniziativa congiunta di Transparency International Ukraine e Transparency International Defense & Security. Grazie alle pressioni della NAKO e dei partner occidentali, nel 2017 impose Ukroboronprom a sottoporsi a una revisione contabile internazionale. Nel 2018, inoltre, si impegnò a garantire che la revisione rispettasse gli standard internazionali e includesse una valutazione della propria governance aziendale secondo gli standard dell’OCSE. La NAKO partecipò direttamente alla stesura del disegno di legge per la riforma del conglomerato, presentando specifici emendamenti al Parlamento ucraino, la Verkhovna Rada, prima dell’approvazione; riguardavano in particolare la designazione del Gabinetto dei ministri quale unico soggetto responsabile della gestione delle aziende trasformate del settore della difesa, riducendo così al minimo i conflitti di interesse, oltre ad altre misure.
Il risultato fu una legge firmata da Volodymyr Zelenskyy nel 2021, che impose la trasformazione di Ukroboronprom in una società per azioni conforme agli standard dell’OCSE in materia di governance aziendale. Con un unico azionista — lo Stato, rappresentato dal Gabinetto dei ministri — la legge stabilì la ristrutturazione societaria delle sue 118 imprese disperse, con l’obiettivo esplicito di introdurre moderni standard di governance aziendale per proteggerle dai rischi di corruzione, dai conflitti di interesse e dall’influenza politica diretta, e di consentire la creazione di joint venture con partner nazionali e stranieri, nonché il trasferimento di tecnologia e l’attrazione di investimenti diretti, anche esteri, per la fabbricazione di armamenti moderni.
L’ultima componente di Brave1 è la crescita di una cultura dei droni. Fino al 2014, le Forze armate ucraine non disponevano di droni moderni. Il mezzo più simile in loro possesso era il Tupolev Tu-143, un aeromobile senza pilota (UAV) da ricognizione tattica a corto raggio sviluppato dall’Unione Sovietica durante la Guerra fredda. Era quindi già quasi inefficace per le moderne operazioni militari. La risposta a questa lacuna non venne dal Ministero della Difesa, bensì dalla società civile e dai volontari. Durante l’invasione russa dell’Ucraina orientale, Volodymyr Kochetkov-Sukach e altri colleghi fondarono Aerorozvidka, un’organizzazione non governativa che sostiene da vicino le forze armate ucraine e si dedica a costruire o modificare droni commerciali, acquistabili nei comuni negozi al dettaglio, per renderli idonei all’impiego in ambito militare. Nello stesso periodo fu fondata Come Back Alive, una delle maggiori ONG ucraine, con l’obiettivo di raccogliere fondi per l’acquisto di mezzi senza pilota, attrezzature di intelligence e persino per addestrare i soldati.

Nel tempo, entrambe le organizzazioni si evolsero fino ad assumere un ruolo fondamentale in queste trasformazioni. Aerorozvidka fu pioniera degli aeromobili multirotore senza pilota, come l’ ottocottero R18, capace di trasportare carichi utili o sganciare munizioni con precisione, dotato di decollo verticale, un’autonomia di volo di 40 minuti e una capacità di carico di 5 kg. Come Back Alive divenne una delle prime organizzazioni a ottenere la licenza per acquistare sul mercato internazionale beni militari e a duplice uso, comprese armi letali.
Tuttavia, il fatto che l’iniziativa avesse avuto origine nella società civile anziché in una struttura statale comportava limiti concreti e dimostrava la necessità di Brave1. L’integrazione delle armi sviluppate dalle start-up della società civile fu lenta e disomogenea. Per esempio, l’UAV da ricognizione Furia, sviluppato nel 2014 dall’azienda Athlon Avia con sede a Kyiv, non fu ufficialmente adottato fino al 2019. L’innovazione esisteva, ma servì tempo per costruire un ponte tra queste innovazioni e le istituzioni in grado di formalizzare tali sviluppi.
Pertanto, i tre pilastri principali alla base della creazione di Brave1 sono:
Il problema, dunque, non era la mancanza di volontà o di una legislazione, bensì l’assenza di un ecosistema capace di fondere queste tre trasformazioni in un sistema in grado di operare alla velocità richiesta da una guerra su vasta scala.
Questo ecosistema istituzionale è anche uno dei motivi principali per cui tanto gli aiuti militari quanto quelli finanziari degli alleati si stanno dimostrando così efficaci. Per alcuni aspetti tali aiuti sono essenziali, poiché l’Ucraina dipende ancora fortemente dai sistemi di difesa aerea forniti dagli Stati Uniti — in particolare i sistemi Patriot — per proteggere le proprie infrastrutture critiche. Tuttavia, considerarli l’unico fattore esplicativo della resilienza del Paese significa trascurare la capacità di azione dell’Ucraina e questo ecosistema in via di sviluppo. Gli aiuti hanno svolto un ruolo indispensabile di moltiplicatore, ma possono operare soltanto su fondamenta già esistenti nel Paese. Se l’infrastruttura istituzionale fosse stata assente e incapace di integrare, gestire e impiegare efficacemente gli aiuti, questi sarebbero stati molto meno efficaci di quanto lo siano oggi.
La piattaforma è stata lanciata ufficialmente nel 2023 come iniziativa congiunta del Ministero della Trasformazione digitale dell’Ucraina, del Ministero della Difesa dell’Ucraina, dello Stato maggiore delle Forze armate ucraine, del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina, del Ministero delle Industrie strategiche dell’Ucraina e del Ministero dell’Economia dell’Ucraina.
A oggi è l’unica piattaforma tecnologica che funge da ponte per la cooperazione tra le aziende di tecnologie per la difesa, lo Stato e le forze armate, oltre che con investitori, organizzazioni di volontariato, media e tutti coloro che contribuiscono ad avvicinare l’Ucraina alla vittoria attraverso la tecnologia. Il suo obiettivo principale è creare un percorso rapido, libero dalla burocrazia che ostacola il processo decisionale, per lo sviluppo delle tecnologie della difesa, comprendente tutte le fasi della loro creazione, dall’idea iniziale fino alla certificazione militare formale.
Brave1 basa il proprio approccio su diversi obiettivi fondamentali: investire per soddisfare le esigenze delle forze di sicurezza e di difesa e attribuire loro priorità; creare una piattaforma che riunisca tutti gli attori del settore; garantire l’interazione con le forze di difesa e raccogliere riscontri sull’uso della tecnologia; fornire un sostegno completo ai progetti attualmente prioritari.
Tuttavia, per comprenderne l’impatto e lo sviluppo, è anzitutto opportuno spiegare nel dettaglio come opera Brave1 nel suo insieme. La procedura di candidatura viene avviata dagli stessi sviluppatori quando si registrano sul portale dell’Ukrainian Startup Fund (USF), con un iter relativamente semplice e pochi adempimenti burocratici. Una procedura di selezione esclude le aziende legate alla Russia o con precedenti discutibili in materia di adempimenti fiscali o legalità. Prima di Brave1 non esisteva un unico punto di accesso per gli sviluppatori di tecnologie della difesa, e ciò ostacolava molti produttori nelle prime fasi dello sviluppo. Una volta approvato, il progetto viene trasmesso a un comitato di circa 80 esperti con competenze scientifiche, tecniche e militari. Ogni progetto viene assegnato a tre di questi esperti, che lo valutano in base a vari criteri — scalabilità, rilevanza per la sicurezza nazionale, applicabilità sulla linea del fronte e così via — e gli attribuiscono un punteggio, con una soglia minima richiesta di 6. I progetti che rientrano nel 50% inferiore non vengono accettati. Il 50% superiore diventa partecipante ufficiale a Brave1, con uno status denominato «BRV1». Di questo gruppo, soltanto il 20–25% migliore può accedere alle sovvenzioni, comprese tra 50.000 e 200.000 dollari per prodotto, non per azienda, il che significa che una singola azienda con diversi progetti in corso può richiedere più sovvenzioni contemporaneamente.
Secondo i dati ufficiali , entro aprile 2025 Brave1 aveva distribuito circa 30 milioni di dollari attraverso approssimativamente 500 sovvenzioni. Per gli sviluppatori stranieri, nel 2025 è stata lanciata l’iniziativa «Test In Ukraine», che offre l’opportunità di collaudare i propri sistemi in condizioni di combattimento reali insieme a unità ucraine con grande esperienza sul campo di battaglia. Finora, 45 aziende hanno aderito all’iniziativa. Infine, per essere convalidati, i prodotti ucraini devono ottenere un NATO Stock Number (NSN), in modo da poter essere acquistati dallo Stato. Nei Paesi dell’UE o negli Stati Uniti, questo processo può richiedere fino a due o tre anni.
Per accelerare l’innovazione, tuttavia, Brave1 sostiene gli sviluppatori durante l’intero processo, riducendone la durata a due o tre mesi. Nel suo primo anno, Brave1 ha operato principalmente come programma di sovvenzioni, assegnando 186 sovvenzioni per un valore di 3 milioni di dollari al fine di finanziare lo sviluppo di idee e prototipi, anziché prodotti finiti. Una delle aziende beneficiarie di queste sovvenzioni ha descritto Brave1 come un «investitore informale» governativo, poiché assegna piccole sovvenzioni a nuovi progetti, start-up e attività di R&S in fase iniziale. Un’altra azienda ha elogiato la piattaforma per averla aiutata a organizzare prove sul campo dei propri prodotti in collaborazione con unità delle Forze di difesa. Due anni dopo, nel 2025, il numero di invenzioni si era moltiplicato; il cambiamento più significativo, tuttavia, consisteva in ciò che questo aveva reso possibile: progetti concreti e completi, pronti per essere impiegati. A causa dell’elevato numero di tali progetti, nell’aprile 2025 è stato lanciato Brave1 Market: una piattaforma online a cui le unità militari possono accedere per consultare il catalogo disponibile di oltre mille prodotti, dai droni agli strumenti basati sull’IA. Gli acquisti vengono effettuati come in un comune negozio online, inoltrando un ordine direttamente con il bilancio dell’unità e risparmiando così il tempo tradizionalmente richiesto dalla procedura di approvvigionamento.

Osservando il funzionamento di Brave1, è evidente che la piattaforma ha integrato efficacemente le riforme documentate. Nel comitato di esperti, la composizione è passata dal personale militare a quello civile e ogni progetto viene valutato caso per caso. Prima delle riforme del 2014, un ordine doveva percorrere l’intera catena di comando prima di poter essere eseguito. In Brave1, civili e militari procedono senza attendersi a vicenda; non esiste una gerarchia rigida. Ciò ha consentito a un progetto di passare dalla registrazione all’ottenimento di una sovvenzione nel giro di settimane anziché di anni, un processo che in precedenza richiedeva molto più tempo nel vecchio sistema dello Stato maggiore. Inoltre, permette alle tecnologie più necessarie nel contesto del conflitto di raggiungere il campo di battaglia molto più rapidamente, senza che la risposta tattica venga ritardata dal trascorrere del tempo.
Come analizzato in precedenza, i principali problemi di Ukroboronprom erano la lentezza, la segretezza e il fatto che il conglomerato decidesse cosa produrre in base ai propri interessi, anziché alle esigenze della guerra. Brave1 supera questi problemi in diversi modi. La sua piattaforma consente a migliaia di sviluppatori e start-up di competere per la stessa sovvenzione in base a un sistema di punteggio uguale per tutti, abbandonando la priorità attribuita a un’azienda rispetto a un’altra sulla base di interessi estranei allo sviluppo tecnologico. Di conseguenza, i suoi criteri si fondano su ciò che serve davvero sulla linea del fronte in quel preciso momento, anziché su ciò che è più facile produrre. I criteri ufficiali e i punteggi sono formulati da diversi esperti con conoscenza diretta dei combattimenti. Ogni progetto viene analizzato e valutato in base alle esigenze specifiche del momento.
Finora, tuttavia, abbiamo spiegato come le aziende e gli sviluppatori entrano in contatto con lo Stato. È proprio l’Army of Drones Bonus System a spiegare come le azioni individuali di ogni soldato sulla linea del fronte possano orientare e migliorare la produzione di un intero Paese, determinando ciò che vi viene prodotto.
L’Army of Drones Bonus System risponde alla domanda su chi decida quali prodotti del Brave1 Market debbano essere fabbricati in quantità maggiori e in quale momento. Soltanto chi si trova sulla linea del fronte sa quale specifico modello di drone sia più efficace contro il più recente sistema russo di guerra elettronica, in continua evoluzione.
Questo meccanismo, lanciato nel 2025, prevede che ogni unità ucraina che elimina obiettivi militari russi mediante droni e fornisce prove video riceva un determinato numero di punti in base ai danni inflitti. Questi «punti elettronici» possono essere riscattati su Brave1 per acquistare nuovi droni ucraini o le attrezzature di cui ha maggiormente bisogno in quel momento. La consegna viene gestita tramite DOT-Chain Defense e richiede solitamente circa 10 giorni, oppure 6 se il prodotto è disponibile in magazzino. Secondo le fonti più affidabili, vengono assegnati 20 punti per ogni attacco che provoca danni e 40 per ogni attacco che determina la distruzione dell’obiettivo, sebbene i punti varino in funzione delle priorità militari del momento. Attualmente, per adeguarsi alle esigenze della linea del fronte, vengono assegnati punti non soltanto per l’eliminazione delle forze nemiche e l’interruzione delle operazioni di posa di mine, ma anche per le missioni di ricognizione e logistica. Ogni punto vale circa 10.000 grivne, pari a 224 dollari al tasso di cambio attuale. Nel 2025, in soli 2,5 mesi sono stati raccolti 4 miliardi di UAH per le attrezzature richieste dalle unità e sono stati colpiti fino a 820.000 obiettivi nemici.
L’elemento significativo, tuttavia, è il sistema a punti: mentre per l’uccisione di un soldato nemico vengono assegnati 12 punti, catturarne uno con l’ausilio di un drone ne vale 120. Sebbene tra gli analisti si discuta della legittimità di un sistema a punti e della possibilità che esso disumanizzi il conflitto, questa impostazione non è arbitraria. Ai sensi delle Convenzioni di Ginevra e del diritto internazionale umanitario, sussiste l’obbligo di proteggere i prigionieri di guerra, evacuare i feriti e ridurre al minimo le sofferenze e le vittime in combattimento. Nella pratica si tratta di un compito complesso, benché questi obblighi siano giuridicamente vincolanti, poiché catturare un soldato è spesso più difficile e costoso che ucciderlo. Il sistema a punti risolve questo dilemma, rendendo conveniente per i soldati il rispetto delle norme internazionali e permettendo al contempo all’Ucraina di usare i militari catturati per negoziare uno scambio di prigionieri di guerra con la Russia.

Il sistema offre diversi vantaggi strategici che dimostrano la rapida trasformazione delle istituzioni militari ucraine. Ogni video verificato fornisce dati unici sul campo di battaglia, favorendo un apprendimento progressivo e consentendo di abbandonare una volta per tutte l’obsoleta organizzazione di stampo sovietico degli anni precedenti. L’accesso diretto alle attrezzature tramite Brave1 elimina il sistema burocratico e lento documentato in precedenza, che fino a oggi aveva rappresentato l’ostacolo maggiore. La possibilità per un soldato di acquistare attrezzature gli conferisce un vantaggio strategico, poiché conosce in prima persona ciò che serve maggiormente in quel momento. Il tracciamento e la verifica generano risultati misurabili, determinando quali tipi di droni siano più efficaci e in quali forme di combattimento, poiché gli ordini più consistenti si basano su prove operative anziché su interessi economici. Questo vantaggio ha dato origine a qualcosa che aziende come Ukroboronprom non erano riuscite a creare: un sistema che si adatta e migliora costantemente, perché collegato direttamente a chi utilizza gli armamenti sulla linea del fronte.
Ogni soldato agisce in modo indipendente, procurandosi le attrezzature e decidendo quando e come attaccare. Il cambiamento risiede nel fatto che queste decisioni individuali, benché disperse, sono state formalizzate in dati che determinano ciò che viene prodotto su scala nazionale. Non si tratta di uno sviluppo improvviso, bensì di un accumulo di trasformazioni che si sono istituzionalizzate nel corso della guerra asimmetrica.
Il contrasto con l’Occidente non risiede nella sua lentezza nell’adattarsi, bensì nel fatto che, quando infine si adatta, riconosce apertamente la fonte di quelle conoscenze. Ciò inverte la consueta logica dei flussi e confuta empiricamente la narrazione che ritrae l’Ucraina come destinataria passiva degli aiuti: l’Ucraina sta generando un modello istituzionale che il sistema internazionale importa in modo sempre più attivo.
In Germania, il numero dei grandi progetti di approvvigionamento di armamenti approvati dal Ministero della Difesa è salito da 55 a 97 in un solo anno, raggiungendo un massimo storico. Lo stesso governo tedesco ha ha dichiarato che i crescenti investimenti nella difesa sono dovuti in parte agli insegnamenti tratti dalla guerra russo-ucraina, che spingono ad attuare più rapidamente misure di difesa cruciali.
Nel caso degli Stati Uniti — un Paese tradizionalmente considerato un esportatore anziché un importatore di dottrina militare — la Defense Innovation Unit (DIU) ha lanciato il Project G.I. nel giugno 2025, un’iniziativa concepita per accelerare rapidamente lo sviluppo, il collaudo e l’impiego di sistemi aerei senza pilota (UAS) e tecnologie di supporto, con un fondo di 20 milioni di dollari. Si tratta di un’ ” che, secondo diversi esperti, si ispira alla rapida innovazione dell’Ucraina sul campo di battaglia. L’obiettivo è che le aziende sviluppatrici mantengano un contatto costante con gli operatori di droni anziché principalmente con i funzionari addetti agli approvvigionamenti, aggirando così la gerarchia esistente. Il rapporto con la DIU e Brave1 non è casuale; già nel 2023 era stato organizzato congiuntamente a Varsavia un forum sul futuro dei sistemi senza pilota, con la partecipazione del direttore della DIU. È stato persino riconosciuto che l’obiettivo principale è ridurre i tempi di consegna, un problema che in Ucraina era già stato individuato e risolto.
Questi cambiamenti, motivati dagli insegnamenti tratti dall’Ucraina, non si limitano ai Paesi, ma si estendono anche alle organizzazioni. In precedenza, nello stesso anno, la NATO e l’Ucraina hanno unito le forze per istituire il Centro congiunto di analisi, addestramento e formazione (Joint Analysis, Training and Education Centre) —JATEC— in Polonia. È la prima organizzazione congiunta tra Ucraina e NATO, nella quale il personale di entrambe le parti lavora per individuare e applicare in tempo reale gli insegnamenti tratti dalla guerra e tradurli in nuove strategie, politiche e operazioni. Successivamente, nel 2025, è stato lanciato UNITE–Brave , un programma congiunto volto ad ampliare l’impiego di tecnologie innovative già prototipate e collaudate, concentrandosi sul rafforzamento della difesa aerea e della sicurezza delle comunicazioni sulla linea del fronte. Si prevede che i finanziamenti per il 2026 ammonteranno a 50 milioni di euro.

L’aspetto significativo delle trasformazioni in atto in altri Paesi e organizzazioni al di fuori dell’Ucraina è la direzione del processo di apprendimento: essi adottano esplicitamente l’assetto istituzionale che l’Ucraina sta sviluppando sotto la pressione della guerra. Non viene adottato il coraggio individuale degli ucraini, bensì procedure specifiche adattate al contesto peculiare di ogni Paese: tempi di approvvigionamento più brevi, comitati più orizzontali e canali più diretti tra sviluppatore e operatore.
Se la resistenza ucraina esistesse soltanto grazie a questo «eroismo» individuale, non vi sarebbe alcuna dottrina militare da esportare o replicare in altri Paesi per superare quella burocrazia. L’Ucraina non si limita a resistere: esporta istituzioni della guerra verso attori dai quali tradizionalmente dipendeva per apprendere. Il tradizionale flusso di conoscenze militari nelle relazioni transatlantiche — dalle potenze mondiali ai Paesi più piccoli come l’Ucraina — viene costantemente invertito.
La principale domanda di ricerca era: attraverso quali infrastrutture istituzionali il coraggio diffuso nella società ucraina è stato formalizzato in una capacità in grado di sostenere indefinitamente una guerra asimmetrica? La risposta affonda le radici nel 2014, quando a Kyiv divenne chiaro che nessuna garanzia esterna può sostituire l’autodifesa: ciò impose l’avvio di trasformazioni parallele ma convergenti che, già sotto la pressione dell’invasione su vasta scala, hanno prodotto meccanismi efficienti per le istituzioni preposte alla condotta della guerra.
Ciò mette inoltre in discussione le narrazioni in cui il sostegno militare e finanziario occidentale viene presentato come l’unica spiegazione della resistenza ucraina. Sebbene in molti casi questi aiuti siano effettivamente essenziali, come è stato sostenuto, essi sono possibili soltanto grazie a un quadro istituzionale che l’Ucraina sta costruendo autonomamente. Senza questo ecosistema, gli aiuti sarebbero stati meno efficaci.
È stato inoltre dimostrato che queste innovazioni non sono anomalie capaci di funzionare soltanto in un contesto bellico, bensì modelli riproducibili ed esportabili che vengono già messi alla prova in altri Paesi attualmente in pace. Inoltre, il caso di studio di Brave1 dimostra come, anche partendo da un apparato statale centralizzato, lento e impantanato in scandali di corruzione, sia possibile costruire sistemi orizzontali di innovazione nel settore della difesa, adattabili alla realtà del momento.
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