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Dall'inizio del XXI secolo, l'Artico è tornato a essere una regione strategica a causa del cambiamento climatico, della maggiore accessibilità e della competizione per le risorse. Un tempo descritto con l'espressione norvegese «Alto Nord, bassa tensione», oggi è al centro dei calcoli strategici globali che coinvolgono Stati Uniti, Russia, Cina e UE.
La Groenlandia è tornata a essere un nodo cruciale della geopolitica artica per la peculiare convergenza di posizione strategica, risorse naturali e crescente capacità d'azione politica. Mentre il cambiamento climatico accelera la trasformazione della regione, l'isola suscita un rinnovato interesse delle grandi potenze, soprattutto nel contesto della difesa transatlantica, del commercio globale e della transizione verso l'energia verde.
La Groenlandia occupa una posizione centrale nel panorama marittimo artico in evoluzione. Situata presso il varco Groenlandia-Islanda-Regno Unito (GIUK), l'isola svolge un ruolo decisivo nella strategia di difesa settentrionale della NATO, in particolare per monitorare l'attività dei sottomarini russi e proteggere le linee di comunicazione marittime atlantiche. La vicinanza alle future rotte transartiche — ossia il Passaggio a Nord-Ovest e la Rotta marittima transpolare — ne accresce ulteriormente la rilevanza strategica. Con il continuo ritiro dei ghiacci, si prevede un aumento del traffico navale lungo questi passaggi, che potrebbe rendere la Groenlandia un polo della governance e della logistica marittima artica.

L'isola possiede ingenti riserve di materie prime critiche, tra cui elementi delle terre rare (REE), uranio e metalli strategici quali zinco e nichel. Questi materiali sono essenziali per le tecnologie delle energie rinnovabili, i veicoli elettrici e i moderni sistemi di difesa. Secondo stime citate dai media svedesi, il potenziale delle risorse del sottosuolo groenlandese potrebbe superare i 2.500 miliardi di dollari. Tuttavia, dal 2021 il governo locale ha sospeso il rilascio di nuove licenze per l'esplorazione di petrolio e gas, per ragioni ambientali e in seguito a un orientamento verso uno sviluppo economico sostenibile.
Oltre ai minerali, il valore economico di lungo periodo della Groenlandia risiede nel suo ruolo di fonte stabile di materie prime, governata democraticamente. Poiché l'UE e altri attori occidentali cercano di ridurre la dipendenza dalle importazioni da regimi autoritari, la sovranità della Groenlandia sulle risorse è diventata un punto focale d'interesse strategico.
La Groenlandia è un territorio autonomo all'interno del Regno di Danimarca. Dall'adozione dell'Atto di autogoverno del 2009, ha acquisito competenze sulla maggior parte degli affari interni e il diritto di dichiarare l'indipendenza. Nel 2024 ha pubblicato la sua prima Strategia nazionale per la politica estera, la difesa e la sicurezza, intitolata «La Groenlandia nel mondo – Nulla su di noi senza di noi». Il documento afferma l'aspirazione di Nuuk a svolgere un ruolo più attivo negli affari internazionali e ribadisce il suo diritto a definire gli impegni esterni in linea con gli interessi nazionali.
La graduale espansione dell'autonomia della Groenlandia, soprattutto nella politica estera e di sicurezza, ne ha rafforzato la posizione non più soltanto di territorio passivo, bensì di attore emergente della diplomazia artica. Questo cambiamento ha attirato l'attenzione delle potenze globali in cerca di partenariati strategici o influenza nella regione.
La Cina ha costantemente sviluppato una strategia di lungo periodo per accrescere la propria presenza e influenza nell'Artico, guidata sia da interessi economici sia da considerazioni geopolitiche. Pur non avanzando rivendicazioni territoriali nella regione, Pechino ha cercato di legittimare il proprio ruolo attraverso la ricerca scientifica, gli investimenti infrastrutturali e l'impegno diplomatico, in particolare in Groenlandia e Islanda.

Il coinvolgimento della Cina nell'Artico è iniziato negli anni Ottanta con spedizioni scientifiche e collaborazione nella ricerca. Nei decenni successivi, questo ingresso graduale si è evoluto in un approccio più strutturato. Nel 2018, Pechino ha pubblicato il suo primo Libro bianco ufficiale sulla politica artica, dichiarandosi «Stato vicino all'Artico», termine controverso non riconosciuto dal diritto internazionale. La strategia delinea l'ambizione cinese di sviluppare una «Via della seta polare» nell'ambito della più ampia Belt and Road Initiative (BRI), per garantire corridoi economici e rotte marittime (riducendo la dipendenza dallo Stretto di Malacca e dal Canale di Suez) e l'accesso alle risorse naturali artiche.
La Cina ha individuato nella Groenlandia un punto d’appoggio fondamentale nell’Artico grazie alla sua ricchezza mineraria e alla crescente autonomia. A un certo punto, gli investimenti cinesi rappresentavano circa il 12% del PIL della Groenlandia. Imprese sostenute dallo Stato, come Shenghe Resources, hanno acquisito partecipazioni in progetti minerari relativi a giacimenti di terre rare e uranio. Nel 2016, un’impresa cinese ha tentato di acquistare una base navale dismessa nella Groenlandia meridionale; l’operazione è stata poi bloccata dalle autorità danesi per motivi di sicurezza nazionale.
Entro il 2021, la Groenlandia aveva revocato ogni residuo accesso cinese al proprio settore minerario, adducendo preoccupazioni ambientali e considerazioni strategiche. Nel 2020, nessuna delle 39 licenze minerarie attive in Groenlandia era detenuta da entità cinesi. La legge sull’uranio adottata dal governo e il crescente controllo sull’influenza straniera hanno ulteriormente ridotto la presenza di Pechino sull’isola.
Al di là della Groenlandia, la Cina ha accresciuto notevolmente la propria presenza economica in tutto l’Artico. Dal 2012 al 2017 ha investito oltre 90 miliardi di dollari nei Paesi artici, finanziando infrastrutture, trasporti marittimi ed estrazione di risorse. Questa espansione ha allarmato i governi occidentali. Nel 2019, il segretario di Stato statunitense Mike Pompeo ha avvertito che gli investimenti cinesi avrebbero potuto preludere a una futura presenza militare nella regione, compreso il dispiegamento di sottomarini.
La cooperazione militare della Cina con la Russia, comprese esercitazioni congiunte come Vostok-2018, ha ulteriormente acuito le preoccupazioni sulle sue intenzioni di lungo termine. Sebbene la Cina continui a presentare il proprio coinvolgimento nell'Artico come pacifico e commerciale, gli analisti occidentali ne interpretano sempre più le azioni alla luce della competizione strategica e delle capacità a duplice uso.

L’UE e importanti Stati artici, tra cui Danimarca, Canada e Finlandia, hanno adottato misure per bloccare o limitare gli investimenti cinesi nelle infrastrutture critiche. Nel 2012 la Commissione europea è intervenuta sul piano diplomatico per dissuadere la Groenlandia dal concedere alla Cina l’accesso esclusivo alle terre rare. I successivi accordi UE-Groenlandia hanno posto l’accento sulla trasparenza, sulla sostenibilità e sulla collaborazione con le comunità locali nello sviluppo delle risorse.
Le ambizioni artiche della Cina restano parte della sua più ampia strategia globale volta a garantire accesso a lungo termine alle risorse, diversificare le catene di approvvigionamento e ridefinire le norme della governance internazionale. Sebbene la sua influenza in Groenlandia sia stata ridimensionata, è improbabile che Pechino abbandoni del tutto i propri interessi artici.
Sotto la guida di Donald Trump, la politica artica degli Stati Uniti ha subito una netta svolta: dalla cooperazione ambientale multilaterale dell’amministrazione Obama è passata a un approccio che privilegia la sicurezza, plasmato dalla rivalità strategica con Cina e Russia. Ora, con il suo ritorno al potere, la retorica e le azioni di Trump continuano a riflettere una visione transazionale e fondata sulla forza per l’Artico, in particolare per quanto riguarda la Groenlandia.
Gli Stati Uniti hanno da lungo tempo considerato la Groenlandia una componente vitale della propria architettura di difesa artica. L'isola ospita strutture chiave del Comando di difesa aerospaziale del Nord America (NORAD), tra cui la base aerea di Thule, che fornisce capacità di preallarme contro le minacce di missili balistici e sostiene la sorveglianza degli Stati Uniti e della NATO nella regione artica.
L'Artico ha inoltre riacquistato rilevanza strategica durante il primo mandato di Trump, con diverse mosse decisive.
Questo riorientamento ha configurato l'Artico meno come zona di cooperazione scientifica e più come teatro di rivalità geopolitica.

Nell'agosto 2019, il presidente Trump ha avanzato pubblicamente l'idea di acquistare la Groenlandia. La proposta è stata fermamente respinta sia dalle autorità groenlandesi sia da quelle danesi. La prima ministra Mette Frederiksen l'ha definita «assurda», inducendo Trump ad annullare una visita di Stato programmata in Danimarca. Nonostante le reazioni avverse, la proposta era fondata su calcoli strategici più ampi: assicurarsi l'accesso alle risorse della Groenlandia, limitare l'influenza cinese e russa e rafforzare il controllo statunitense sulla logistica e sulla sorveglianza artiche.
Poco dopo, Stati Uniti e Groenlandia hanno firmato un Memorandum d'intesa, nel tentativo di approfondire l'impegno bilaterale, anche se la proposta di acquisizione era stata accantonata.
Le rinnovate dichiarazioni di Trump all'inizio del 2025, secondo cui il controllo statunitense della Groenlandia sarebbe «una necessità assoluta», segnano un ritorno a questa visione. Pur controverse, sono in linea con il suo più ampio approccio di politica estera, fondato su calcoli a somma zero e diplomazia transazionale.
La retorica di Trump nel secondo mandato si è fatta più aggressiva. Secondo quanto riferito, è arrivata a includere proposte di ricorrere a «qualsiasi strumento» per fare pressione sulla Danimarca e persino l’eventualità di un’azione militare. Queste dichiarazioni hanno incontrato una ferma opposizione europea e suscitato serie preoccupazioni per la stabilità transatlantica.
La logica strategica alla base dell’interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia è rimasta invariata da un’amministrazione all’altra. Tuttavia, il tono unilaterale delle dichiarazioni di Trump, soprattutto quando sono rivolte a un alleato, rischia di minare la solidarietà della NATO, destabilizzare la cooperazione artica e indebolire i rapporti tra Stati Uniti e UE in un momento di crescente incertezza geopolitica.
Nonostante Trump sostenga che i groenlandesi «vogliono stare con noi», i sondaggi indicano una forte opposizione sull’isola. Un sondaggio del 2025 ha rilevato che l’85% della popolazione groenlandese è contrario a entrare a far parte degli Stati Uniti e che quasi la metà considera il crescente interesse di Washington una minaccia alla propria sovranità. Il governo groenlandese ha continuato a porre l’accento sullo sviluppo sostenibile, sul controllo locale e sulla cooperazione internazionale su un piano di parità. Inoltre, il partito di centrodestra Demokraatit, che ha ottenuto il maggior numero di voti alle elezioni parlamentari del 12 marzo 2025, respinge le dichiarazioni di Trump sul controllo statunitense dell’isola.
La reazione europea alle rinnovate ambizioni statunitensi sulla Groenlandia ha sottolineato l'impegno a difendere la sovranità territoriale e ad affermare la propria autonomia strategica. La Groenlandia, pur non essendo membro dell'UE, fa parte del Regno di Danimarca e rimane quindi strettamente legata all'Unione attraverso quadri giuridici, economici e geopolitici.
In risposta alle dichiarazioni di Trump del 2025, che prospettavano il ricorso alla coercizione o persino alla forza per assicurarsi il controllo della Groenlandia, i leader europei hanno reagito con insolita unità e fermezza. Il primo ministro groenlandese Múte B. Egede le ha respinte categoricamente, ribadendo che «la Groenlandia è per il popolo groenlandese». La prima ministra danese Mette Frederiksen ha ribadito questa posizione, sottolineando il principio di sovranità.
La Danimarca ha risposto annunciando un aumento di 1,95 miliardi di euro della spesa per la difesa, specificamente destinato all’Artico e al Nord Atlantico. Germania e Francia hanno espresso un forte sostegno alla Danimarca, considerando l’integrità della Groenlandia una questione di sicurezza europea. L’ex cancelliere tedesco Olaf Scholz ha collegato esplicitamente la retorica di Trump a minacce più ampie all’ordine internazionale, tracciando un parallelo con la violazione dei confini dell’Ucraina da parte della Russia.
Lo status della Groenlandia all'interno del Regno di Danimarca la pone sotto la protezione sia dell'Articolo 5 della NATO sia della clausola di difesa reciproca dell'UE (articolo 42.7 del Trattato sull'Unione europea). Qualsiasi mossa ostile di un membro della NATO contro la Groenlandia provocherebbe una crisi giuridica e politica senza precedenti per l'Alleanza. Un'invasione statunitense della Groenlandia costituirebbe una violazione degli obblighi sia dell'UE sia della NATO.
Si è persino discusso informalmente di un possibile dispiegamento di truppe dell’UE in Groenlandia, non come contromisura nei confronti degli Stati Uniti, ma come dimostrazione simbolica di solidarietà e deterrenza.
Al di là delle prese di posizione in materia di difesa, negli ultimi anni l’UE ha rafforzato i legami istituzionali con la Groenlandia. Nel novembre 2023, Bruxelles e Nuuk hanno firmato un memorandum d’intesa che istituisce un partenariato strategico sulle materie prime sostenibili. Nel marzo 2024, l’UE ha aperto un ufficio permanente a Nuuk. Sono inoltre stati firmati due accordi di cooperazione per un totale di 94 milioni di euro, destinati a sostenere l’istruzione e lo sviluppo di un’economia verde sull’isola.

Queste azioni riflettono la crescente consapevolezza dell'UE della rilevanza della Groenlandia per la sua strategia sulle materie prime critiche e del più ampio obiettivo di ridurre la dipendenza da fornitori di Paesi terzi, in particolare dalla Cina. Nel 2021, l'UE ha importato dalla Cina il 98% delle proprie terre rare. Il Critical Raw Materials Act del 2023 impone che almeno il 35% dei minerali critici sia estratto o riciclato nell'UE o nei territori dei partner.
La leadership groenlandese è stata chiara: accoglie con favore gli investimenti stranieri, anche quelli provenienti dall’UE e dagli Stati Uniti, ma questi devono rispettare i suoi standard ambientali e i suoi obiettivi di sviluppo locale. La ministra groenlandese delle Risorse minerarie, Naaja Nathanielsen, ha osservato che per aprire una miniera sull’isola occorrono in genere più di 15 anni, a causa della carenza di infrastrutture e di rigorose procedure di autorizzazione. Pur nutrendo ambizioni economiche, i groenlandesi restano cauti di fronte a un’influenza straniera che non tenga conto delle esigenze locali e dei limiti ambientali.
La contesa per la Groenlandia riflette più ampi mutamenti negli equilibri di potere globali, in cui geografia strategica, sicurezza delle risorse e coesione delle alleanze si intersecano in modi sempre più complessi. Ciò che era iniziato come una provocatoria proposta del presidente statunitense Donald Trump si è trasformato in un banco di prova per la resilienza del partenariato transatlantico e la credibilità delle norme internazionali.
La Groenlandia si trova ora alla confluenza di tre grandi correnti: la crescente competizione multipolare, la ridefinizione delle priorità transatlantiche nell’Artico e la svolta globale verso la sicurezza delle risorse e le politiche industriali verdi. I tentativi degli attori esterni di esercitare un’influenza unilaterale, economica o militare, rischiano non solo di destabilizzare la stessa Groenlandia, ma anche di indebolire quadri regionali e istituzionali più ampi, in particolare la NATO e l’UE.
La rilevanza strategica della Groenlandia non potrà che aumentare nei prossimi decenni. Che diventi un focolaio di scontro o un modello di gestione cooperativa dipenderà dalle scelte compiute oggi dai suoi partner, in particolare dagli Stati Uniti e dall’Unione europea.
La via da seguire consiste nel preservare la cooperazione e ridurre le tensioni attraverso un credibile impegno diplomatico e una comunicazione strategica trasparente. Quattro principi dovrebbero guidare le politiche negli anni a venire:
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