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Nonostante la vicinanza, la storia condivisa e i legami culturali dei Paesi dell’Europa settentrionale, nonché le loro somiglianze in molti altri ambiti quali la politica e gli affari, essi hanno tradizionalmente presentato notevoli differenze nei principi guida delle rispettive politiche di sicurezza. Nella cooperazione in questo campo tra tali Paesi si devono distinguere due dimensioni: quella regionale (i cinque Paesi nordici) e quella internazionale (nell’ambito di organizzazioni più ampie). L’indicatore più determinante è sempre stato il diverso modello di appartenenza di questi Stati a organizzazioni regionali quali la NATO e l’UE.
Le diverse scelte iniziali di affiliazione istituzionale e di politica di sicurezza dei Paesi nordici furono determinate da molteplici fattori, dall’identità storica e dalla cultura politica alle specificità della politica delle piccole nazioni. In questo modo, i Paesi scelsero i propri percorsi di sicurezza, rimasti immutati a lungo, persino durante la Guerra fredda.
Questo articolo esaminerà le origini dell’architettura di sicurezza nell’Europa settentrionale e l’effetto della sua frammentazione sullo stato della sicurezza nella regione. Inoltre, analizzerà l’evoluzione dell’architettura di sicurezza e la sua capacità di eliminare potenziali minacce legate soprattutto alla Russia.
Storicamente, i Paesi nordici hanno attribuito un’importanza diversa alla cooperazione nordica. Svezia e Finlandia hanno sempre sottolineato l’importanza e la priorità della Dimensione settentrionale nelle loro politiche di sicurezza. Al contempo, Norvegia e Islanda sono state molto più caute in merito. Quanto alla Danimarca, essa considera generalmente la Dimensione settentrionale una priorità di terzo ordine. Tra le principali organizzazioni regionali figurano il Consiglio nordico dei ministri (istituito nel 1971) e l’organo parlamentare dei cinque Paesi, il Consiglio nordico (1952). Indubbiamente, l’organizzazione più importante è la Cooperazione nordica di difesa (NORDEFCO), istituita nel 2009 con l’obiettivo di rafforzare le capacità di difesa dei Paesi membri individuando aree di cooperazione e promuovendo soluzioni efficaci.
La cooperazione nell’ambito del NORDEFCO può essere divisa in due periodi: prima e dopo il 2014. Fino all’attacco russo all’Ucraina e all’annessione della Crimea, l’attività dell’organizzazione fu piuttosto fiacca e in generale veniva spesso descritta come finalizzata al risparmio. È interessante notare che persino l’attacco russo alla Georgia del 2008 non produsse l’effetto dovuto, e le «relazioni come al solito» con il Paese aggressore furono ripristinate abbastanza rapidamente. Fu dopo il 2014 che il NORDEFCO conobbe una sorta di rinascita, perché il mutamento del clima geopolitico ridefinì gli obiettivi della cooperazione dell’organizzazione. La collaborazione in vari progetti congiunti è aumentata significativamente; occorre dunque segnalare alcuni degli eventi più rilevanti di questo periodo. Nel 2016, cinque Paesi firmarono l’Easy Access Agreement, che consentiva alle loro forze armate di utilizzare reciprocamente spazi aerei, marittimi e terrestri in tempo di pace. Nel 2018, Svezia e Finlandia firmarono un memorandum sulla cooperazione militare, che permette ai due Paesi di svolgere congiuntamente la pianificazione operativa in caso di crisi o guerra. Nel 2020, i ministri della Difesa di Finlandia, Svezia e Norvegia firmarono una «Dichiarazione d’intenti per una cooperazione operativa rafforzata», volta alla sinergia operativa e alla pianificazione congiunta in tempi di crisi o guerra. Considerando la successiva evoluzione della situazione tra Russia e Ucraina, in quel momento i Paesi nordici dimostrarono effettivamente lungimiranza sviluppando uno strumento strategico volto a rafforzare la protezione dei loro territori.

La cooperazione regionale in materia di sicurezza fu in gran parte oscurata da quella nell’ambito della NATO e venne considerata soprattutto un suo elemento complementare. Danimarca e Norvegia erano tra i Paesi che facevano maggiormente affidamento sull’Alleanza Atlantica, sottolineando in particolare i legami bilaterali con gli Stati Uniti. Per quanto riguarda l’Islanda, dal 1951 gli Stati Uniti, su richiesta della NATO, ne garantiscono la difesa. Un serio ostacolo era tuttavia rappresentato dal fatto che Svezia e Finlandia restavano fuori dalla NATO. In generale, la cooperazione regionale non svolse un ruolo importante per lungo tempo, principalmente a causa della frammentazione politica della regione, a sua volta notevolmente provocata dalle grandi differenze nelle modalità di appartenenza a organizzazioni quali la NATO e l’UE. Inoltre, mancava qualsiasi impulso esterno che dimostrasse chiaramente la necessità di un’interazione più stretta.
La minaccia rappresentata dalla Russia per la sicurezza dei Paesi dell’Europa settentrionale ha raggiunto il culmine soltanto dopo l’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina nel febbraio 2022, sebbene in realtà il fattore russo sia sempre stato, in misura maggiore o minore, molto allarmante e abbia sempre costituito la principale sfida alla sicurezza per i vicini Paesi scandinavi.
Soprattutto, esso ha tradizionalmente esercitato un’influenza particolarmente forte sulla Finlandia. In primo luogo, ciò è spiegato dalla posizione geografica del Paese, che condivide con la Russia il suo confine terrestre più lungo, pari a 1,309 km. La seconda ragione è legata agli eventi storici, ossia l’occupazione della Finlandia da parte dell’URSS nel secolo scorso e il conseguente senso, presente in questo Paese scandinavo, di una costante ulteriore minaccia russa. Infine, la ragione più importante è geopolitica: essa combina in qualche modo le prime due e comprende l’attuale tensione politica nell’Artico, la divisione delle zone d’influenza e la lotta per le risorse.

La politica di difesa della Finlandia è quindi sempre stata strettamente legata alla Russia. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2014, un elemento importante della politica di difesa finlandese fu la cooperazione di difesa non contrattuale, soprattutto con Paesi quali Svezia, Norvegia, Stati Uniti, Gran Bretagna ed Estonia. È interessante che ciò sia servito in parte da sostituto dell’adesione alla NATO. Sebbene in misura minore, per ragioni geopolitiche e geografiche, dato che i Paesi condividono un confine marittimo, la Russia ha sempre destato nella Svezia analoghe e serie preoccupazioni legate alla tensione militare nel nord.
Quanto alla Norvegia (che condivide con la Russia un confine di 196 km che si estende quasi fino al Polo Nord), dopo l’annessione russa della Crimea nel 2014 il Paese interruppe la cooperazione militare con la Russia. Inoltre, i contatti politici furono in larga misura limitati o cancellati del tutto. Per esempio, la prima ministra norvegese Erna Solberg visitò la Russia e incontrò il presidente russo soltanto cinque anni dopo, nel 2019. Uno dei punti più vulnerabili per la Norvegia è sempre stato lo Spitsbergen. La Flotta del Nord russa, una delle quattro flotte strategiche della Russia, si trova a un passo dal confine norvegese e occupa un posto centrale nella strategia militare russa. Ciononostante, riconoscendone la necessità poco dopo, la Norvegia, come la maggior parte dei Paesi europei, cercò di normalizzare le relazioni con la Russia. Il nuovo governo guidato da Jonas Gar Støre, salito al potere nel 2021, dichiarò nel proprio programma che avrebbe «sviluppato ulteriormente la cooperazione bilaterale con la Russia nel nord».
Esaminando il periodo dalla fondazione dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord fino agli eventi del 2022, va rilevato che le relazioni di ciascuno di questi Paesi con l’Alleanza erano uniche. Tre dei cinque Paesi nordici, ossia Norvegia, Danimarca e Islanda, sono membri della NATO dal 1949, vale a dire erano tra i dodici Stati fondatori dell’Alleanza.
I casi di Svezia e Finlandia, che si dichiararono neutrali e non allineate e mantennero a lungo una posizione di non adesione alla NATO, erano radicalmente diversi. Le autorità svedesi, di un Paese che non prende parte a conflitti dal 1814, dichiararono persino che la guerra apparteneva al passato. È significativo che l’esercito svedese sia stato ridotto di quasi il 90% e l’aeronautica e la marina di circa il 70%. Persino il reggimento responsabile della difesa dell’isola strategicamente esposta di Gotland nel Mar Baltico fu ritirato nel 2004.

Allo stesso tempo, Finlandia e Svezia hanno sempre cooperato strettamente con la NATO. Negli anni Novanta entrambi i Paesi decisero di modificare ufficialmente le loro politiche di difesa, passando dalla neutralità al non allineamento militare. Poco dopo aderirono al Programma Partenariato per la pace della NATO. Fu l’adesione della Finlandia al Partenariato per la pace nel 1994 e al Consiglio di partenariato euro-atlantico nel 1997 ad avviare la cooperazione tra i Paesi e l’Alleanza. A seguito del vertice NATO in Galles del 2014, Finlandia e Svezia, insieme ad altri tre Paesi, divennero Partner per le opportunità rafforzate (EOP) e parteciparono a vari dispositivi della NATO, tra cui la NATO Response Force. La Finlandia è divenuta un partner con capacità rafforzate. Essendo uno dei partner più attivi della NATO, la Finlandia ha partecipato a varie operazioni e missioni guidate dall’Alleanza, in particolare nei Balcani, in Iraq e in Afghanistan. Nel 2017, la Finlandia firmò con la NATO l’Accordo quadro politico sulla cooperazione nel campo della difesa cibernetica. Poiché l’attività ibrida è divenuta gradualmente una sfida costante per la sicurezza europea, è importante che nello stesso anno la Finlandia abbia creato a Helsinki il Centro europeo di eccellenza per il contrasto alle minacce ibride. Sostenuto dalla NATO e dall’UE, questo centro è un reale incentivo alla cooperazione tra le organizzazioni ed è aperto ai Paesi membri dell’Alleanza. Stoccolma ha continuato a perseguire una politica di sicurezza molto pragmatica, avvicinandosi il più possibile alla NATO senza parlare di adesione. Nel 2020 si sono svolte esercitazioni tra le forze speciali dell’esercito svedese e un’unità americana.
Rispetto agli altri Paesi nordici, l’esperienza storica della Norvegia era significativamente diversa. Durante la Seconda guerra mondiale, la Norvegia mantenne una posizione neutrale, che non protesse in alcun modo lo Stato né impedì l’occupazione tedesca del Paese. Per questo motivo oggi il Paese respinge risolutamente la politica di neutralità e considera l’Alleanza Atlantica l’aspetto più importante della propria politica di sicurezza.
Grazie alle diverse posizioni di tutti i Paesi nordici, fino agli anni Novanta il cosiddetto equilibrio scandinavo fu mantenuto, consapevolmente o inconsapevolmente. Per stabilire questo equilibrio fu importante la posizione di Norvegia e Danimarca secondo cui, nonostante la loro appartenenza alla NATO, non era consentito dispiegare nei loro territori, in tempo di pace, forze militari straniere dei partner dell’Alleanza, né tantomeno armi nucleari. Va inoltre osservato che le forze armate di Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia hanno fornito un contributo significativo alle missioni di mantenimento della pace dell’ONU, operando piuttosto spesso al di fuori del continente europeo.
Tutti i Paesi nordici, eccetto Norvegia e Islanda, sono membri dell’Unione europea. Nel 1973 la Danimarca fu la prima di questi Paesi ad aderire all’UE. Dopo la modifica della definizione ufficiale della politica di difesa, Svezia (1991) e Finlandia (1992) presentarono domanda di adesione all’associazione. Entrambe entrarono nell’Unione con l’allargamento settentrionale dell’UE del 1995. Tuttavia, ciascuno di questi tre Paesi presenta caratteristiche o eccezioni che lo distinguono dalla maggior parte degli altri membri dell’UE.
Nel campo della sicurezza, la Danimarca si distingueva dai suoi colleghi nordici poiché nei 30 anni dal 1992 al 2022 lo Stato ignorò la dimensione militare dell’integrazione, non partecipando a uno dei tre pilastri dell’UE: la Politica estera e di sicurezza comune.

Ciò fu causato dal rifiuto del Trattato di Maastricht da parte di una maggioranza molto esigua della popolazione (50.7%) nel referendum del 1992. Perciò, nel 1993 il Paese ottenne varie clausole di esclusione dalla cooperazione dell’UE, sancite dal Trattato di Edimburgo. L’accordo stabiliva che la Danimarca non avrebbe partecipato allo sviluppo e all’attuazione di decisioni e azioni dell’UE con finalità di difesa. Al tempo stesso, si sottolineava che la Danimarca non avrebbe ostacolato lo sviluppo di una più stretta cooperazione tra gli altri Stati membri in quest’area. Ne derivò una situazione piuttosto paradossale: la Danimarca era di fatto l’unico Paese dell’Europa settentrionale membro sia dell’UE sia della NATO, l’unico doppiamente integrato, ed era il meno coinvolto nell’UE tra tutti i Paesi nordici.
Al contrario, le dichiarazioni della Svezia nel 2009 erano molto insolite per questo Stato. Il Libro bianco svedese adottato quell’anno sottolineava il sostegno del governo alla cosiddetta Dichiarazione di solidarietà presentata dal Comitato per la difesa. Secondo tale dichiarazione, la Svezia non sarebbe rimasta passiva se un altro Stato membro dell’UE o un Paese scandinavo, ossia Norvegia o Islanda, avesse subito un attacco. Si sottolineava che la Svezia si sarebbe aspettata la stessa azione da questi Paesi qualora si fosse trovata in una situazione analoga. In effetti, la dichiarazione era molto coerente con il Trattato di Lisbona dell’UE. Ai sensi dell’articolo 42.7, se uno Stato membro è vittima di aggressione armata sul suo territorio, gli altri Stati membri si impegnano a prestargli assistenza con tutti i mezzi.
La peculiarità della politica svedese era che i governi saliti al potere sottolineavano, in misura variabile, l’UE o l’ONU quale soggetto predominante dell’ordine generale di sicurezza. Per esempio, dal 2006 al 2014, durante il governo di centrodestra, il Paese cercò di assumere un ruolo di primo piano nel Partenariato orientale dell’UE e, più in generale, di accrescere il proprio ruolo nell’UE.
Il nuovo governo di sinistra nel 2014 ridusse significativamente l’importanza dell’UE e l’equilibrio si spostò a favore dell’ONU. Nel 2017–2018, la Svezia ottenne un seggio nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, a lungo desiderato. Infine, il nuovo governo di destra del 2022, prestando maggiore attenzione al ruolo di membro centrale dell’UE, ha segnalato una svolta nella politica estera.
Norvegia e Islanda sono membri dello Spazio economico europeo. Cooperano con l’UE in vari ambiti, in particolare nella sicurezza. Nel 2006 la Norvegia firmò un accordo con l’Agenzia europea per la difesa, divenendo così il primo Paese con cui fu concluso un simile accordo. Ciononostante, per la Norvegia la NATO è sempre rimasta il miglior garante della sicurezza e l’accento è stato posto sugli Stati Uniti e sulla Gran Bretagna.
I diversi approcci di questi Paesi all’UE possono essere spiegati principalmente con fattori di sicurezza o economici. Per esempio, mentre le ragioni principali dell’adesione finlandese all’UE erano soprattutto legate alla sicurezza, la Svezia seguì i propri interessi economici, forte della positiva esperienza di neutralità e non allineamento. Da questo punto di vista, la situazione della Norvegia era piuttosto particolare. I principali argomenti contro la piena integrazione del Paese nell’UE erano fattori economici. Al contempo, il coinvolgimento attivo del Paese nella PSDC era dovuto a considerazioni di sicurezza.
L’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina del 24 febbraio 2022, che ha provocato lo scoppio della più grande guerra sul continente europeo dalla Seconda guerra mondiale, ha infine cambiato, sta cambiando e continuerà a cambiare la politica di sicurezza della stragrande maggioranza dei Paesi europei.
Uno degli esempi più evidenti sono i Paesi dell’Europa settentrionale, alcune delle cui decisioni sono state davvero storiche. Definito in Germania “Zeitenwende”, questo periodo si adatta perfettamente ai Paesi nordici.
Durante il Consiglio nordico dei ministri tenutosi nella capitale norvegese il 15 agosto 2022, i cinque Paesi membri hanno concordato una decisione piuttosto ambiziosa: rendere la regione nordica la più sostenibile e integrata del mondo entro il 2030. I Paesi nordici hanno annunciato di condividere l’obiettivo di mantenere la stabilità e rafforzare la sicurezza nella regione. Per raggiungerlo, è stata sottolineata l’importanza di potenziare la cooperazione multilaterale in tutti i formati possibili: a livello regionale, principalmente nell’ambito del NORDEFCO, e a livello europeo ed euro-atlantico, NATO e UE.
In passato, la cooperazione nordica veniva spesso criticata perché non disponeva dei mezzi necessari per affrontare le crescenti tensioni geopolitiche nella regione. Si riteneva infatti che non avesse né gli strumenti necessari né strutture istituzionali sufficienti né la volontà politica di sviluppare una politica comune settentrionale di sicurezza e difesa. Recentemente, tuttavia, stiamo osservando cambiamenti significativi lungo questa strada. In particolare, nell’agosto 2022 i primi ministri nordici hanno sottolineato l’importanza di realizzare sinergie nel coordinamento dei piani di difesa nazionali e dei piani della NATO. A novembre, i ministri della Difesa di Finlandia, Svezia e Norvegia hanno firmato una dichiarazione congiunta per approfondire la cooperazione di difesa dei Paesi nordici.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, le azioni della Russia contribuiscono costantemente ad accrescere la tensione nella regione settentrionale. Per esempio, nell’autunno del 2022 furono pubblicate immagini satellitari che indicavano che la Russia aveva dispiegato bombardieri strategici in grado di trasportare armi nucleari vicino al confine con la Norvegia. Nel maggio 2023, la Russia trasferì al confine con Norvegia e Finlandia il numero massimo, dal 24 febbraio 2022, di tali bombardieri. Inoltre, nel febbraio 2023, secondo l’intelligence norvegese, per la prima volta in 30 anni la Russia introdusse nel Mar Baltico navi dotate di armi nucleari. Al contempo, è necessario che Norvegia e Danimarca proseguano i negoziati con la Russia sulle rivendicazioni territoriali al Polo Nord e sulla cooperazione nel Mare di Barents.

Si sono verificati cambiamenti drastici e importanti nella posizione della Danimarca riguardo alla PSDC dell’UE. Nel 2022, i partiti di governo del Paese hanno adottato il «Compromesso nazionale sulla politica di sicurezza della Danimarca», che sottolineava la necessità di modificare l’architettura esistente di sicurezza e difesa della Danimarca alla luce del rafforzamento del contesto geopolitico. Nel referendum del 1 luglio 2022, il 66.9% della popolazione ha votato per aderire alla Politica di sicurezza e di difesa comune. Dopo il referendum, a metà giugno il parlamento danese ha adottato una legge che ha aperto la strada alla partecipazione della Danimarca alla PSDC. Essa ha dato al Paese la possibilità di partecipare alle missioni e operazioni militari dell’UE. La possibilità di aderire alla Cooperazione strutturata permanente (PESCO) e all’Agenzia europea per la difesa è di primaria importanza ed è stata approvata durante il voto del 23 marzo 2023. La Danimarca potrà così partecipare a operazioni militari congiunte dell’UE e, aspetto importante, cooperare allo sviluppo e all’acquisizione di capacità militari nell’ambito dell’associazione.
Vi è un altro fattore che incide sull’atteggiamento del Paese nei confronti della sicurezza, indirettamente plasmato dalle azioni russe. Le decisioni politiche danesi in materia di sicurezza furono motivate anche dal timore di restare indietro rispetto alle ambiziose azioni riguardanti la difesa dei vicini, in particolare della Germania. Pertanto, considerando il risveglio generale dell’Europa, trascurando la politica di sicurezza la Danimarca rischierebbe di non ottenere una reputazione molto positiva quale Stato membro della NATO. Il Paese ha quindi deciso di raggiungere il 2% entro il 2033. Da un lato, ciò sembra insufficiente, poiché la scadenza è estremamente lontana. Dall’altro, persino questo è un grande risultato per la Danimarca, poiché tradizionalmente la strategia del Paese è sempre stata volta a preservare le garanzie di sicurezza degli Stati Uniti senza al contempo spendere fondi significativi per la difesa; la Danimarca non ha mai raggiunto il requisito del 2%.
L’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina ha cambiato radicalmente gli approcci di politica estera di Svezia e Finlandia. Entrambi i Paesi hanno rivalutato profondamente le proprie politiche di sicurezza e, di conseguenza, hanno capito che il modo più realistico e affidabile per garantirla sarebbe stata una rapida adesione alla NATO.
Se in precedenza la Russia era la ragione principale per restare fuori dall’Alleanza Atlantica, nel 2022 è diventata la ragione principale del desiderio dei Paesi di aderirvi. La neutralità, anziché garantire la sicurezza, rende il Paese vulnerabile all’aggressione russa. Questa tesi è stata confermata, in particolare, dai risultati di sondaggi tra la popolazione svedese. Nel 2022 i cittadini svedesi consideravano la Russia la sfida alla sicurezza più importante tra le nove minacce proposte; il 21% degli intervistati ha espresso questa opinione. Questo indicatore è superiore al valore medio di coloro che percepiscono la Russia come la minaccia maggiore rispetto a tutti gli altri Paesi.

Nel maggio 2022 entrambi i Paesi hanno presentato congiuntamente lettere ufficiali di domanda di adesione all’Alleanza. La cancellazione della fase di concessione del MAP fu una decisione senza precedenti, resa possibile dalla vicinanza dei Paesi all’Alleanza, in particolare dalla loro appartenenza all’UE, nonché da solide istituzioni democratiche, trasparenza delle autorità e, naturalmente, interoperabilità delle forze armate e conformità agli standard NATO. Dopo il vertice NATO di Madrid, il 4 luglio 2022 Svezia e Finlandia hanno concluso i negoziati di adesione. Il 5 luglio tutti gli Stati membri hanno firmato i Protocolli sulla loro adesione alla NATO. Dopo la ratifica del Protocollo da parte di tutti i 30 membri dell’Alleanza il 4 aprile 2023, la Finlandia è divenuta il 31° membro a pieno titolo della NATO.

Il percorso verso l’adesione alla NATO è stato però più difficile per la Svezia, a causa del veto di Ungheria e Turchia. Solo durante il vertice NATO di Vilnius il presidente turco Erdoğan ha annunciato di accettare di sbloccare l’adesione della Svezia alla NATO.
Va osservato che la protezione della NATO è geograficamente molto più ampia di quanto possa sembrare a prima vista; per esempio, la Svezia possiede territori di grande importanza strategica. Particolarmente cruciale è l’isola di Gotland, sulla quale esiste persino un’espressione comune: chi controlla quest’isola controlla il Mar Baltico. Ciò la rende molto importante per la difesa di Lituania, Lettonia ed Estonia. Così, dopo l’adesione della Svezia, l’Alleanza Atlantica coprirà pienamente l’intera regione dell’Europa settentrionale. Senza dubbio, dopo l’adesione dell’intera regione settentrionale alla NATO, l’Alleanza diventerà molto più forte. L’ingresso completo apporterebbe all’Alleanza un vantaggio strategico su scala globale.
È indispensabile riconoscere l’importanza di Göteborg, situata lungo la costa occidentale della Svezia. Per la sicurezza marittima, non solo è un porto vitale per la Svezia, ma riveste importanza anche per Norvegia e Finlandia. Radicato nella tradizione storica, il ruolo fondamentale della Norvegia nella NATO conferisce notevole peso alla sua influenza nel Nord. L’impegno nazionale complessivo comporta una presenza costante nell’Estremo Nord. La futura inclusione di Finlandia e Svezia nell’Alleanza rafforza notevolmente questo sforzo.
I recenti impegni militari tra Finlandia, Svezia e NATO segnalano un allineamento senza precedenti alle strategie e agli standard dell’Alleanza. Questa sinergia si sta sviluppando più rapidamente di quanto sia tipico per i potenziali membri. Un elemento degno di nota è il contributo significativo che questi Paesi hanno dato alla sicurezza regionale senza aver ancora formalmente aderito all’Alleanza. Dall’aprile 2022, le forze NATO sono stanziate in Finlandia quasi ininterrottamente e conducono esercitazioni di difesa collettiva che garantiscono una maggiore presenza dell’Alleanza nella regione. Nel novembre 2022, Finlandia, Svezia e Norvegia hanno compiuto un ulteriore passo aggiornando la loro dichiarazione d’intenti tripartita per rafforzare la pianificazione operativa, in particolare nei territori settentrionali. Questo allineamento ha raggiunto un nuovo apice nel marzo 2023, quando Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia hanno annunciato un importante accordo per utilizzare circa 250 dei loro caccia come unità operative congiunte. Tali collaborazioni riflettono un rapporto sempre più profondo e un impegno per la sicurezza della regione che trascende l’adesione formale.
Come l’intero Occidente collettivo, i Paesi dell’Europa settentrionale hanno condannato immediatamente e fermamente la guerra ingiustificata della Russia contro l’Ucraina. Restano irremovibili nel loro impegno per l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina entro i confini internazionalmente riconosciuti. Tutti i Paesi nordici forniscono all’Ucraina assistenza politica, militare, finanziaria e umanitaria diversificata. Hanno inoltre sostenuto dure sanzioni contro la Russia, in particolare contro il settore energetico del Paese. Secondo i dati dell’Università di Kiel per il periodo da febbraio 2022 a maggio 2023, in base ad alcuni indicatori del volume totale degli aiuti bilaterali all’Ucraina, calcolati sia in miliardi di euro sia in percentuale del PIL, i Paesi dell’Europa settentrionale figurano tra i primi dieci fornitori di aiuti all’Ucraina.
È caratteristico che la principale assistenza di questi Paesi consista nel sostegno militare. Il maggior contributore in quest’ambito è la Danimarca, i cui aiuti per il 2022–2023 sono aumentati solo gradualmente.


Per esempio, nel maggio 2023 il Paese ha inviato il più grande pacchetto di aiuti militari, pari a 250 milioni di dollari, destinato ad aiutare la controffensiva delle Forze armate. In una prospettiva di lungo periodo, è importante che il Paese abbia aumentato a 3.2 miliardi di dollari il fondo di aiuti militari all’Ucraina previsto per il periodo 2023–2028. La Danimarca ha inoltre creato un fondo di sostegno all’Ucraina di un miliardo di euro, volto principalmente alla ricostruzione del Paese. È fondamentale anche il sostegno di Svezia e Finlandia, le più potenti militarmente tra tutti i Paesi nordici. Esse trasferiscono all’Ucraina un’ampia gamma di armi: armi anticarro, attrezzature per lo sminamento, sistemi anticarro leggeri, veicoli da combattimento della fanteria, carri armati e artiglieria, attrezzature di difesa aerea ecc.
La Norvegia è uno dei principali contributori al Comprehensive Assistance Package della NATO per l’Ucraina. Il Paese svolge inoltre un ruolo importante grazie alla creazione del Programma di sostegno Nansen per l’Ucraina. Nell’ambito di questo programma pluriennale, la Norvegia fornirà oltre 75 miliardi di corone nell’arco dei cinque anni 2023–2027. Vale la pena notare che la Norvegia è stata uno dei primi Paesi ad annunciare un programma simile di sostegno all’Ucraina. Esso comprende soprattutto sostegno militare, aiuti umanitari e finanziamenti a sostegno delle infrastrutture civili e delle funzioni pubbliche essenziali. Secondo la dichiarazione del primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre, si prevede che nel 2023 metà degli aiuti sarà sotto forma di sostegno militare. Inoltre, durante il vertice di Vilnius, il primo ministro del Paese ha annunciato un aumento di 2.5 miliardi di corone del fondo per gli aiuti militari per quest’anno, ossia nel 2023 il sostegno militare ammonterà a 10 miliardi di corone.

L’Islanda, piccolo Paese con una popolazione di circa 357,000 persone e senza significative capacità di difesa, fornisce anch’essa all’Ucraina soprattutto aiuti politici, finanziari e umanitari nella guerra con la Russia. È importante anche l’assistenza per la ripresa e la modernizzazione del settore energetico ucraino. Il Paese ha fornito a Kyiv le attrezzature necessarie per ripristinare il sistema elettrico danneggiato per 1.5 miliardi di euro. In termini di aiuti finanziari in percentuale del PIL, l’Islanda si colloca all’11° posto. La presidenza islandese del Consiglio d’Europa, da novembre 2022 a maggio 2023, si è concentrata sul rafforzamento dei principi fondamentali del Consiglio — diritti umani, democrazia e Stato di diritto — gravemente minacciati dalla guerra russa contro l’Ucraina. Dopo la fine della presidenza, il 16–17 maggio 2023 si è tenuto a Reykjavik un vertice dei capi di Stato e di governo del Consiglio d’Europa, durante il quale è stato presentato il registro internazionale dei danni causati all’Ucraina durante la guerra.
L’articolo ha esaminato l’evoluzione del ruolo dei Paesi nordici nel quadro della sicurezza europea. In sintesi, l’invasione russa dell’Ucraina è divenuta un potente impulso per i Paesi dell’Europa settentrionale ad approfondire significativamente la cooperazione nel campo della politica di sicurezza; ciò è avvenuto sia a livello regionale sia nell’ambito dell’organizzazione euro-atlantica NATO.
Svezia e Finlandia hanno infine ritagliato le proprie posizioni distintive all’interno dell’ampia architettura di sicurezza europea. Questa osservazione è in parte applicabile anche alla Danimarca, soprattutto alla luce del crescente desiderio dell’Unione europea di rivendicare un ruolo più prominente nei settori della sicurezza e della capacità militare.
Per quanto riguarda la NATO, i casi di Finlandia e Svezia hanno sottolineato l’importanza suprema dell’appartenenza all’Alleanza per la sicurezza e la difesa delle nazioni di influenza moderata. Al tempo stesso, ciò solleva interrogativi sostanziali sull’efficacia del mantenimento di una posizione neutrale. Di conseguenza, è emersa un’unità senza precedenti tra tutte e cinque le nazioni nordiche, superando la divergenza precedentemente marcata che aveva caratterizzato le loro relazioni.
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