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Nell'ultimo decennio, l'ordine mondiale liberale guidato dalle potenze occidentali è stato sfidato da nuovi regimi autoritari emergenti, il più influente dei quali è la Cina. La rapida ascesa della Repubblica Popolare Cinese (RPC) da paese non riconosciuto a grande potenza sulla scena internazionale ha richiesto meno di un secolo e ha sorpreso il mondo intero.
Recentemente, la RPC ha fatto leva sulla propria forza economica per entrare nel «club d'élite» dei leader mondiali. In quanto grande potenza, la Cina cerca di utilizzare la propria esperienza per offrire un'alternativa attraente al modello economico occidentale basato su democrazia, trasparenza e valori liberali. Sfruttando l'insoddisfazione dei paesi del Sud globale nei confronti dell'Occidente, Pechino sta ridefinendo i valori che sostengono l'ordine mondiale liberale e creando nuove istituzioni per i paesi le cui voci non sono state ascoltate. Questi fattori pongono al mondo una domanda inquietante. La Cina intende riformare l'ordine globale o istituirne uno nuovo autoritario?
Questo documento analizza le caratteristiche principali dell'ordine mondiale liberale dominato dagli Stati Uniti, le sfide che esso affronta attualmente e il ruolo che la Cina è disposta a svolgere all'interno (o al di fuori) di questo sistema. Discute inoltre delle preoccupazioni di Pechino riguardo all'attuale sistema di governance globale e se la RPC sia pronta a compiere passi radicali per rovesciarlo.
Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti riuscirono infine a costruire un ordine mondiale liberale, un sistema basato su norme, istituzioni, stato di diritto e valori liberali. Dopo il crollo dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti divennero l'unica superpotenza e ottennero l'opportunità di estendere la propria influenza e i propri valori al mondo intero. Nel momento della vittoria ideologica, il futuro sembrava positivo e luminoso: Francis Fukuyama lo dichiarò persino la fine della storia, il trionfo dei valori liberali.
Mentre gli Stati Uniti e i loro alleati celebravano la vittoria nella Guerra fredda, emersero nuove potenze disposte a sfidare il trionfante ordine mondiale. Cina e Russia erano due potenze autoritarie che cercavano di conquistare il proprio posto tra i leader mondiali.
Ora, guardando dal 2023, è difficile immaginare quel futuro luminoso prefigurato dai leader occidentali. Il mondo ha assistito a due devastanti crisi economiche, all'ascesa del populismo, alla negligenza verso i diritti umani, al terrorismo e a nuovi conflitti militari. L'UE è messa alla prova dalla regressione democratica e dalle politiche di contraccolpo, il Giappone fatica a contenere la Cina e persino gli Stati Uniti, pilastro del sistema, hanno avuto un presidente le cui opinioni erano controverse rispetto alla maggior parte dei valori liberali dichiarati.
Per preservare l'ordine mondiale liberale, le democrazie occidentali hanno talvolta dovuto ricorrere a mezzi non liberali di deterrenza e risoluzione dei conflitti, guadagnandosi la reputazione di ipocrite. Il fatto che persino le potenze occidentali che hanno creato le norme e le istituzioni non vi si attengano ha permesso alle potenze autoritarie di manipolare questa controversia: la usano per giustificare violazioni delle norme e delle regole stabilite nell'ordine mondiale liberale.
L'invasione russa su vasta scala dell'Ucraina del 2022 è diventata un chiaro segnale del fatto che Mosca intende rovesciare l'ordine mondiale liberale e ha creato ulteriori sfide per le indebolite democrazie occidentali. Questa svolta degli eventi ha innescato un'altra importante discussione: quali siano gli obiettivi della Cina all'interno del sistema internazionale e fino a che punto Pechino sia disposta a spingersi per raggiungerli.
La Repubblica Popolare Cinese è molto orgogliosa di quella che definisce una «ascesa pacifica»: nessuna guerra, nessuna ingerenza negli affari di altri paesi. Che sia stata pacifica quanto i cinesi sostengono può essere oggetto di dibattito, ma una cosa è chiara: l'«ascesa» c'è stata, e ha scosso il mondo intero.
Negli ultimi decenni, la RPC ha attraversato un rapido progresso economico, qualcosa che le potenze occidentali sono riuscite a ottenere nel corso di vari secoli. Quando la Repubblica Popolare Cinese fu istituita nel 1949, era un paese devastato dalla guerra, con una popolazione estremamente povera e nessuna prospettiva di un futuro luminoso: non era ritenuta il legittimo successore dell'Impero cinese ed era esclusa da tutte le istituzioni internazionali. All'epoca, 70 anni fa, nessuno avrebbe potuto aspettarsi che nel 2010 la RPC superasse il Giappone e diventasse la seconda economia più grande del mondo. I funzionari cinesi furono intelligenti e strategici nelle riforme sociali ed economiche e riuscirono così a usare a proprio vantaggio i benefici dell'ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti.
Il professore cinese Zhang Weiwei sostiene che la Cina abbia attraversato 4 rivoluzioni industriali in soli 40 anni, a partire dalle riforme di Deng Xiaoping, che «aprì» la Cina al mondo. In questi 40 anni, la qualità della vita dei cittadini cinesi è migliorata in modo sorprendente: un tempo vivevano in un povero paese agricolo, mentre ora godono di città ad alta tecnologia, internet 5G, treni ad alta velocità e costante progresso scientifico. Un'ascesa così rapida ha garantito al PCC il sostegno incrollabile della sua popolazione e ha permesso alla RPC di diventare uno dei principali attori sulla scena internazionale.

Con la crescita dell'economia cinese, crebbero anche le sue ambizioni. Considerando i suoi successi e godendo del nuovo potere acquisito nella politica mondiale, il PCC si rese conto di non dover più giocare secondo le regole dell'Occidente: poteva invece offrire un modello alternativo di sviluppo economico. Spesso definito «modello cinese», esso dimostra che un progresso economico di successo non richiede liberalizzazione politica. Le caratteristiche principali di questo modello sono un'economia orientata alle esportazioni con un forte intervento statale, riforme pragmatiche e dipendenza dagli investimenti esteri. Tutte le industrie strategiche dell'economia cinese sono controllate da imprese statali (SOE), il che consente allo Stato di avere un dominio assoluto nel settore economico. Questo, insieme al potere indiscusso del PCC, è considerato una fonte di stabilità, cruciale per uno sviluppo di successo. La Cina considera il costante avvicendamento del potere e la liberalizzazione politica nelle democrazie occidentali come una loro debolezza, che conduce a diverse crisi e rallenta il progresso del paese.
La Cina ha dimostrato che l'autoritarismo non è l'opposto della modernità: queste due caratteristiche non si contraddicono, bensì possono esistere simultaneamente e prosperare. Tale idea è estremamente popolare tra i leader dei paesi in via di sviluppo che faticano a soddisfare tutti i requisiti di liberalizzazione e democratizzazione richiesti dal mondo occidentale.
I paesi in via di sviluppo sono sempre alla ricerca di investimenti e sostegno finanziario. Un modo per ottenerli è collaborare con il FMI, la Banca mondiale, la Banca europea per gli investimenti o altre istituzioni guidate dall'Occidente, i cui prestiti includono sempre condizioni e richiedono riforme. Sebbene tali condizioni siano volte a promuovere lo sviluppo economico di un paese che contrae un prestito, spesso diventano un pesante fardello per il governo. Inoltre, non tutti i paesi in via di sviluppo trovano attraenti l'ordine mondiale liberale e il sistema guidato dall'Occidente: non sono disposti a diventare democrazie elettorali, a proteggere i diritti umani e ad aderire allo stato di diritto. Ciò crea un conflitto di interessi e porta alla ricerca di altri modi per svilupparsi economicamente e ricevere prestiti.
Considerata la situazione, il «modello cinese» sembra essere la risposta perfetta. I politici cinesi affermano di non avere intenzione di esportare esplicitamente il «socialismo con caratteristiche cinesi» in altri paesi, ma ritengono di aver fornito un esempio di modello economico che garantisce lo sviluppo e al contempo non richiede riforme liberali drastiche. Inoltre, nell'ambito della Belt and Road Initiative (BRI), la RPC è pronta a investire nei paesi in via di sviluppo e a collaborare con essi su progetti infrastrutturali.

La Cina afferma inoltre di non porre condizioni sui prestiti e di non interferire nella politica interna, a differenza dei paesi occidentali. Per esempio, per quanto riguarda la cooperazione con i paesi africani, la RPC dichiara di applicare un principio dei «cinque no»: nessuna interferenza nei percorsi di sviluppo dei singoli paesi; nessuna interferenza nei loro affari interni; nessuna imposizione della volontà della Cina; nessun vincolo politico riguardo all'assistenza; e nessuna ricerca di vantaggi politici egoistici nella cooperazione in materia di investimenti e finanziamenti.
Sebbene sia vero che la RPC non cerca di imporre la propria visione su come gestire gli affari interni, le condizioni esistono comunque; la loro natura è semplicemente diversa. La Cina usa i prestiti per ottenere sostegno per sé all'interno delle istituzioni internazionali e, a lungo termine, per acquisire influenza politica su quei paesi che non saranno in grado di ripagare i propri debiti o persino per ottenere accesso alle loro infrastrutture critiche. Ciononostante, i governi dei paesi in via di sviluppo, specialmente quelli controllati da regimi autoritari corrotti, sono desiderosi di accettare gli investimenti cinesi e promuovere gli interessi del PCC all'estero.

Sebbene il «modello cinese» possieda indubbiamente una certa attrattiva, vi è il timore che non possa essere applicato ad altri paesi in via di sviluppo, eccetto la RPC stessa. Grazie a un'enorme popolazione e a manodopera qualificata a basso costo, la Cina è riuscita ad attirare molti investitori e a incrementare le proprie esportazioni, un vantaggio che molti paesi in via di sviluppo più piccoli non hanno. Un'altra questione cruciale è che l'economia cinese sta iniziando a rallentare e stanno emergendo sfide all'interno del sistema, ad esempio la crisi immobiliare. Se il PCC sarà o meno in grado di superare queste difficoltà e garantire l'ulteriore sviluppo del paese è la questione dei prossimi anni. Considerati questi fattori, sarebbe una scelta piuttosto rischiosa per i paesi in via di sviluppo cercare di applicare il «modello cinese».
La Cina moderna possiede un grande potere politico ed economico: una delle questioni più urgenti è quindi cosa la RPC intenda farne. Cercherà di rovesciare l'ordine mondiale liberale guidato dagli Stati Uniti? Oppure cercherà di trasformarlo per adattarlo ai propri interessi?
Pechino non ha alcuna intenzione di accettare l'ordine mondiale liberale così com'è oggi. Sebbene la leadership cinese non abbia espresso opinioni dirette sull'idoneità dell'ordine attuale per la RPC, ha affermato di aderire ai cosiddetti «Cinque principi della coesistenza pacifica»: rispetto reciproco della sovranità e dell'integrità territoriale, non aggressione reciproca, non interferenza negli affari interni reciproci, uguaglianza e vantaggio reciproco, e coesistenza pacifica. Questi valori potrebbero costituire il nucleo dell'ordine mondiale ideale della Cina e consentirci di analizzare le preoccupazioni cinesi riguardo a quello esistente.

Il rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale è il valore più cruciale a cui la Cina aderisce nell'arena internazionale. Pechino considera l'isola di Taiwan, dove si trova la Repubblica di Cina, come proprio territorio ed è insoddisfatta dei Paesi che, pur seguendo la politica dell'«unica Cina», continuano a collaborare con Taipei. Inoltre, la questione dell'integrità territoriale riguarda la regione del Tibet, insieme alle catene insulari nel Mar Cinese Meridionale, contese dalla comunità internazionale. In uno scandaloso atto di disprezzo per lo Stato di diritto, la Cina ha rifiutato di attenersi alla sentenza del 2016 a favore delle Filippine emessa dalla Corte permanente di arbitrato in merito alla disputa nel Mar Cinese Meridionale. Avendo tali problemi, Pechino pone una forte enfasi sull'importanza del rispetto dell'integrità territoriale nell'arena internazionale. Per esempio, la RPC non ha mai riconosciuto l'annessione della Crimea e di quattro regioni ucraine da parte della Russia, sebbene non abbia nemmeno condannato le azioni di Mosca. È importante notare che la RPC non prenderebbe la questione delle interferenze con l'integrità territoriale così sul serio se non fosse per le proprie rivendicazioni contestabili su Taiwan, il Tibet e il Mar Cinese Meridionale.
Un altro principio importante è la non interferenza negli affari interni. I funzionari cinesi ritengono che i governi stranieri non dovrebbero in alcun caso poter giustificare l'intervento negli affari interni di un altro Stato. Si tratta di una questione urgente per Pechino, soprattutto in termini di tutela dei diritti umani. L'ordine mondiale liberale occidentale implica che, in caso di violazioni dei diritti umani, le potenze straniere abbiano il diritto di intervenire per fermare le atrocità. La Cina, Paese autoritario accusato di varie violazioni dei diritti umani, non concorda con il concetto di intervento umanitario e collaborerebbe con qualsiasi regime purché ciò le sia vantaggioso.

Va richiamata l'attenzione sul principio di uguaglianza e vantaggio reciproco. Sebbene suoni evidente e ovvio, esso riflette una delle preoccupazioni fondamentali della Cina riguardo all'ordine mondiale liberale: Pechino non lo ritiene equo. La RPC sostiene che le istituzioni e le norme che costituiscono il nucleo dell'ordine mondiale liberale servano a vantaggio delle potenze occidentali (ad esempio, gli Stati Uniti dispongono de facto di un potere di veto nel FMI).
Per affrontare le questioni discusse sopra, la Cina è sempre più coinvolta nelle istituzioni internazionali e impegnata negli affari mondiali. Pechino utilizza attivamente l'ONU e le sue istituzioni per affermarsi come uno dei leader mondiali. Attualmente, la RPC è uno dei Paesi che forniscono il maggior numero di caschi blu alle missioni di mantenimento della pace dell'ONU, superando tutti gli altri membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Un'altra misura rilevante che la Cina adotta nell'ambito dell'attuale ordine mondiale è la creazione di nuove istituzioni o il rafforzamento di quelle esistenti per servire gli interessi di Pechino. L'Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (OCS), la Banca asiatica d'investimento per le infrastrutture (AIIB) e la Banca dei BRICS sono presentate come alternative agli organismi guidati dall'Occidente. È significativo che l'AIIB, creata nel 2016, sia già diventata un'istituzione finanziaria più potente della Banca asiatica di sviluppo, fondata dall'Occidente. Attraverso la creazione di queste istituzioni, la Cina spera di presentarsi come leader del Sud globale e sostenitrice degli interessi dei Paesi in via di sviluppo.

Considerando i fattori menzionati sopra, non vi sono prove sufficienti per affermare che la Cina stia diventando rivoluzionaria. Sebbene Pechino cerchi di ridefinire alcuni dei valori liberali e stia creando istituzioni internazionali alternative, i suoi principi restano per lo più allineati a quelli occidentali; promuove la collaborazione all'interno delle istituzioni create dalle potenze occidentali, cerca alleati e sostegno al loro interno (ad esempio, con l'aiuto della BRI) e non esprime molto interesse a minare l'ordine esistente. La Cina trae vantaggio da un mondo globalizzato, dal libero scambio e dalla cooperazione con le sue controparti occidentali, quindi non sarebbe vantaggioso per la RPC rovesciare completamente l'ordine mondiale esistente. Ciò che possiamo osservare è che Pechino sta cercando di adattare alcuni elementi strutturali del mondo liberale affinché servano meglio i suoi interessi e mira a diventare un leader nel Sud globale.
La rapida ascesa della Cina e le sfide affrontate dall'ordine mondiale liberale nel XXI secolo hanno acceso dibattiti sul futuro delle istituzioni globali. La Cina sta utilizzando la sua crescita economica senza precedenti per promuovere un modello alternativo di sviluppo che non include la liberalizzazione politica. Ciò consente ai Paesi in via di sviluppo di evitare la necessità di soddisfare le onerose condizioni imposte dalle istituzioni guidate dall'Occidente. Il «modello cinese» presenta un approccio autoritario al progresso economico, mettendo in discussione la tradizionale narrazione occidentale secondo cui la liberalizzazione politica è un prerequisito per la modernizzazione. Sebbene attraente in una certa misura, non esiste da abbastanza tempo per dimostrare la propria efficacia nel lungo periodo.
Mentre la Cina continua a espandere la propria influenza creando nuove istituzioni e progetti come la Belt and Road Initiative, i leader occidentali sono sempre più preoccupati delle intenzioni di Pechino. La Cina disapprova apertamente i valori liberali che costituiscono il nucleo del moderno sistema internazionale e promuove la propria visione dei principi che dovrebbero essere alla base dell'ordine globale. Al contempo, la Cina sostiene la cooperazione nel quadro dell'ONU e non è disposta a rinunciare ai vantaggi offerti dal sistema globalizzato e multilaterale. Attualmente, la Cina difficilmente può essere considerata una rivoluzionaria che cerca di minare nel suo complesso l'ordine mondiale esistente e di costruirne uno interamente nuovo. La RPC è piuttosto una forza che mira ad adeguare il sistema internazionale alle proprie esigenze. Resta da vedere se le ambizioni e l'assertività di Pechino aumenteranno o rimarranno le stesse in futuro. Ma se le potenze occidentali vogliono vedere il loro ordine liberale stabile e immutato, dovranno essere unite nella loro politica volta a contenere la Cina.
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