
Oleksandr Slyvchuk, coordinatore del Programma di cooperazione con la Spagna e l’America Latina presso il Transatlantic Dialogue Center, ha pubblicato un editoriale su El Independiente in occasione dei 35 anni dell’indipendenza ucraina e riflettendo su ciò che la guerra della Russia contro l’Ucraina significa per la sicurezza europea e per il futuro del diritto internazionale. Si prega di notare che l’articolo è pubblicato in spagnolo.
Nell’articolo, Slyvchuk sostiene che l’esito della guerra è una questione di sicurezza per l’intero continente, non solo per l’Europa orientale. La vittoria o la sconfitta dell’Ucraina costituirà un precedente per stabilire se il diritto internazionale conservi ancora valore – o se la forza diventi l’unico argomento nelle relazioni internazionali.
Slyvchuk sottolinea inoltre che le concessioni territoriali non pongono fine all’aggressione. Storicamente, ogni concessione a un aggressore ha rinviato il successivo attacco anziché prevenirlo. Un cosiddetto «compromesso territoriale» non risolverebbe il problema di una Russia che non ha abbandonato il suo obiettivo di controllare interamente l’Ucraina.
L’editoriale presenta l’invasione russa come revanscismo imperiale, non come una disputa di confine. Slyvchuk indica l’articolo di Vladimir Putin del luglio 2021, che nega il diritto dell’Ucraina a esistere come Stato separato, quale prova del fatto che la guerra di Mosca è radicata nel suo rifiuto di accettare la sovranità dell’Ucraina. La Russia, osserva, non ha mai imparato a coesistere con i suoi vicini in termini di cooperazione.
Infine, Slyvchuk sottolinea che l’indipendenza dell’Ucraina nel 1991 non fu un nuovo inizio, bensì una continuazione della tradizione statale del Paese. Per oltre settant’anni di dominio sovietico, un governo ucraino in esilio operò in Europa e, nel 1992, il suo ultimo presidente trasferì formalmente i simboli del potere al neoeletto presidente Leonid Kravchuk.
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